Obey your pacchetto VIP

Non ho mai visto i Metallica dal vivo, e tutti mi dicono che mi sia perso una roba grossa. L’unica volta in cui sono stato davvero in forse è stato tutto sommato di recente, a Bologna, una decina d’anni fa: avevo saputo la mattina che di spalla ci sarebbero stati i Down e stavo pensando di fare una mattata lastminute. Poi mi sono convinto di no, perché il concerto costava 50 euro e mi sembravano troppi. A quanto pare vivo in un pianeta alternativo di falsi metallari incoscienti della realtà che li circondano: l’ho scoperto nel leggere dei prossimi concerti che i Metallica faranno in Italia a febbraio 2018. Nel senso, sì, tra un anno. Li hanno annunciati qualche giorno fa. Nella fattispecie ho letto questa cosa sul sito di Metalitalia. Le prevendite dovrebbero andare online in questi giorni, oggi ho letto i prezzi dei biglietti (92 euro per il parterre) e mi è venuto male al fegato. Sia chiaro: mai quanto mi è venuto i giorni scorsi a leggere cosa comprendono i vip package, cioè –suppongo- dei pacchetti esclusivi che per qualche soldo in più ti danno accesso a degli extra che non siano entrare in platea e spararsi il concerto di fianco a dei cazzari seminudi e ubriachi di lambrusco. I pacchetti sono questi sotto, li copio pari pari.

“The Unforgiven Experience” – 179 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco
entrata da un ingresso dedicato
poster in edizione limitata
gadget in edizione limitata

“Whiplash Experience” – 369 euro
biglietto di ingresso per posto a sedere o sotto palco con entrata anticipata e scelta del posto
entrata da un ingresso dedicato
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prima consumazione compresa e cena a buffet
visita alla mostra “Memory Remains” con memorabilia dei METALLICA
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

“Hardwired Experience” – 2.399 euro (limitato a 12 per show)
biglietto di ingresso per posto a sedere nelle prime due file
entrata da un ingresso dedicato
meet&greet coi membri della band nel backstage e foto con la band prima del concerto
accesso alla “Sanitarium Rubber Room” con bar, prime due consumazioni comprese e cena a buffet
poster in edizione limitata
maglia
accesso a un punto merchandising dedicato

C’è una compagnia che fa questa cosa, si chiama Cid Entertainment. Nel sito dell’azienda c’è scritto che CID fornisce “Ultimate Event Experiences for fans like you looking to enhance the way you enjoy your passion.” Poco sotto c’è anche il sudato lavoro di un copywriter: “Don’t you just attend an event: experience it.” In parole povere, esiste un’industria strutturata che lavora all’interno dei concerti mainstream creando una sottoarea steroidea ad accesso limitato.
In linea di principio non c’è niente di scorretto, eh. Soprattutto immagino che siano le regole della domanda e dell’offerta a dare come risultato finale i prezzi di cui sopra. Il mio problema con questa cosa è legato a una roba di cui parlavo qualche tempo fa, in merito al casino che era scoppiato sul secondary ticketing legalizzato. Allora mi era capitato di vaneggiare in merito ad una terra di mezzo che si è venuta a creare tra gli artisti e il pubblico, nei concerti di una certa grandezza, una terra nella quale sta succedendo un po’ di tutto –tra cui appunto il bagarinaggio online a prezzi indecenti, ma non solo. Formalmente riesco a capire cosa distingue un biglietto per i Coldplay scalpato a 369 euro da una Whiplash Experience a 369 euro, a parte la cena a buffet –che prima dei Metallica ci sta tutta, sia chiaro. Detto tra me e voi, e non ditelo in giro, non ho la più pallida idea di chi possa scegliere di spendere 100 euro in più (Unforgiven Experience) per un ingresso dedicato e/o un poster in edizione limitata, soprattutto considerato il fatto che non so se il poster è da prendere
1 quando entri, e poi devi tenerlo in mano durante il concerto (sotto palco)
2 dopo la fine del concerto, che ti tocca aspettare e fare la fila per ritirarli e sei quasi sicuro di beccare l’ingorgo al ritorno a casa –il che può voler dire due o tre ore di macchina.
Ma diciamo pure che la Unforgiven Experience sia giustificata da esigenze di comodità, e vabbè. Rimane da spiegare la Whiplash Experience, che per TRECENTOSESSANTANOVE EURO ti dà il diritto di entrare a una mostra a cui –sembra- sono invitati solo quelli che han pagato 369 euro (ma poi perché non 370 o 400?) e mangiare gratis al buffet a patto di limitarsi a una consumazione, oltre che ad accedere a un punto merchandising dedicato dove puoi comprare roba dei Metallica che –suppongo- agli altri è preclusa. E alla fine di tutto, insomma, hai pagato quasi 400 euro e non ti porti a casa manco la foto assieme ai Metallica.
I quali, naturalmente, non sono il primo gruppo al mondo a trattare i propri fan come bovini da allevamento intensivo –finché c’è latte si munge e via andare. E in effetti un pacchetto da TRECENTOSESSANTANOVE EURO, tolto l’ammontare di roba ridicola che si becca in cambio, potrebbe perfino essere considerabile. Una tipa con cui uscivo, parliamo di una quindicina di anni fa, fu invitata a un concerto di Springsteen da un suo superiore 55enne che voleva farsela: posto seduto in tribuna numerata a guardar sudare l’animale, trasferta in BMW, bicchierino di champagne post concerto, lui può permetterselo, tu non spendi una lira e se si rivela una persona piacevole ha il permesso di farti due avance. Non si può combattere contro quelli in BMW, e quindi ho preferito costruirmi un paradigma estetico secondo cui questa gente non capisce un cazzo di musica e della vita in generale. Ad esempio: se io avessi quei soldi e volessi sedurre una ragazza con la metà dei miei anni punterei su un buon ristorante, o su qualsiasi situazione che non preveda guardare un altro maschio della mia età e pensare “quanto è bono”. Ma diciamo che io possa scialacquare e non voglia venire ucciso dalle ascelle dei miei vicini, ecco, in questo caso probabilmente mi sparerei un concerto dei Metallica con pacchetto Whiplash, così, giusto per far sentire delle merde i poveracci in platea.

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Quello che non riesco a comprendere, nemmeno cercando di astrarmi da me stesso, è il pacchetto Hardwired. A vederlo così, scritto come lo vedete sopra, è già parecchio squallido: in cambio di due mesi dello stipendio di un fan dei Metallica medio, mi beccherei il pacchetto Whiplash, un altro free drink per sciogliere un pochetto la tensione, un meet&greet coi membri del gruppo e –appunto- una foto assieme ai Metallica prima del concerto. Così insomma, metti che io sia il direttore generale di una multinazionale ma abbia anche il pallino di appendere a casa le foto di me con qualche persona famosa, giusto per ribadire a chi mi entra in casa che non sono un pezzo di merda, il pacchetto Hardwired farebbe alla bisogna. A guardare nel sito di Cid Entertainment, tuttavia, c’è un paio di clausole interessanti che riguardano il pacchetto:
1 in merito al meet&greet, si specifica che “Band members may differ per show”. In sostanza può succedere che a un certo punto, prima del concerto, arriva una hostess e ti dice “ho una brutta notizia: James e Lars volevano davvero essere al meet&greet stasera ma la pedicure sta andando per le lunghe. Ma tra poco arriverà Rob Trujillo e sarà felicissimo di rispondere a tutte le vostre curiosità. Più tardi forse anche Kirk farà un salto.”
2 in merito alla foto con la band prima del concerto, è specificato che sarà una foto di gruppo assieme alla band e a tutti e dodici i sottoscrittori del pacchetto Hardwired. SUL SERIO! C’è scritto proprio palesemente così, a specificare che i Metallica non hanno cazzi di farsi fare 12 foto con 12 persone diverse prima di salire sul palco.
Ecco, forse è il frutto di una mentalità stile pago e pretendo da piccolo-medio imprenditore brianzolo, ma se pagassi 2400 euro per avere una foto con i Metallica mi impunterei per avere la foto di me in mezzo ai 4 membri del gruppo senza altri undici stronzi in mezzo alle palle. Ok, io per 2400 euro vorrei una foto con i Metallica, Jason Newsted e il cartonato di Cliff Burton.

Non lo so, non riesco ad uscirne. Ho fatto un giro per il sito di CID e non riesco a capacitarmi dell’esistenza di questa realtà. Tornando al discorso sullo scalping, continuo a pensare che l’anello debole in tutto il meccanismo siano gli artisti. Non giudico nessuna delle categorie coinvolte a parte una. Dal punto di vista di un fan del gruppo può avere un senso voler spendere più soldi in cambio di un plus percepito, e a maggior ragione ha senso che esistano agenzie che trattano questi plus da un punto di vista professionale. Credo che alla base di tutto il discorso musicale esista –o sia comunque esistito in passato- una sorta di questione morale autogestita per cui dovrebbero essere gli artisti a bloccare il meccanismo: con che faccia posso chiederti 2500 euro, anche se sei disposto a spenderli? Era un discorso che facevamo anche per i crowdfunding à la Umberto Maria Giardini. Il tutto per tirar su 30mila euro in più per ogni show, da dividere peraltro con CID. Ok, alla fine del tour sono tanti soldi, e allora immagino tocchi a noi mandarli affanculo…

Mount Eerie il corvo e le iperboli

Per tutta una serie di cose che ho visto e letto ultimamente sto attraversando una fase di vergogna per il quantitativo di iperboli che metto nella roba che scrivo. Oddio, mi sono sempre vergognato un po’ di queste cose, ma di recente lo trovo intollerabile. Ad esempio se un disco è rumoroso può capitarmi di definirlo “devastante”, e la maggior parte della musica che ascolto non mi devasta affatto (non riesce manco a far friggere le casse dell’autoradio, su). Il 99% di ciò che definisco “incredibile”, “spaventoso” e “orribile” non mi provoca alcun sentimento di incredulità, spavento e orrore. Utilizzo queste espressioni per dare un briciolo di brio alla roba che scrivo, un po’ per non sentirmi il redattore di una rivista di giardinaggio e un po’ perché voi siete anche peggio di me. C’è una regola non scritta per cui si scrive di musica come se la musica fosse un’esperienza mistica totale che rende impossibile fare altro, il che è abbastanza ipocrita se considero il fatto che spesso ascoltiamo i dischi in streaming su Youtube per non doverci alzare e mettere su il CD. Provate a sfogliare una rivista o un sito di musica e sottolineare le palesi esagerazioni/stronzate che ci trovate dentro: non se ne esce vivi, nel senso che ce ne sono migliaia ad ogni pagina, cioè centinaia, cioè almeno una o due. Sarebbe fichissimo riuscire a sistemare questa cosa con un qualche tipo di decreto ingiuntivo internazionale: dal giorno 9 maggio 2017 sarà impedito a chi scrive di musica di utilizzare iperboli. Giugno 2017, Car Seat Headrest disco del mese su XXXXXXX. Recensione: “Ci si può rendere conto fin dal nome che abbiamo scelto che questo mese non ci sono dischi particolarmente degni di nota o coinvolgenti, men che meno personaggi a cui valga davvero la pena di dedicare una recensione di 4000 battute piuttosto che le canoniche 800/1000. Dal punto di vista statistico è ragionevole pensare il mese prossimo ospiteremo in questo stesso spazio spazio un nome ancor meno interessante. Questo disco comunque è carino, almeno quattro delle canzoni contenute al suo interno raggiungono la sufficienza piena, ma non abbiamo alcuna intenzione di lanciarci in elucubrazioni senza senso che spieghino cosa ha di diverso da qualunque altro disco di questo genere”. Sarebbe meraviglioso, oltre che onesto (cioè sarebbe carino, oltre che non del tutto disonesto). Non lo facciamo solo perché nessuno può permettersi di perdere la faccia per primo.
Il principale problema di questo approccio è che a lungo andare è impossibile distinguere tra un disco che definisci “sconvolgente” e un disco che effettivamente ti sconvolge. I dischi che mi hanno sconvolto sono una parte minuscola di tutta la mia discografia, intendo quelli che mi hanno sconvolto secondo la definizione di sconvolgente che troviamo sul sito di Treccani: “part.pres. sconvolgènte, anche come agg., che suscita forti emozioni, che provoca un grande turbamento interiore”. Quali dischi hanno provocato in voi un grande turbamento interiore? Quali dischi dal cui ascolto siete usciti letteralmente a pezzi? È un’altra cosa che mi chiedo spesso di questi tempi. C’è una canzone che si chiama Real Death, è uscita qualche settimana fa. L’ha scritta Mount Eerie, cioè Phil Elverum, ed è una canzone che mi ha sconvolto. Parla di sua moglie, della sua morte, del modo in cui la morte arriva e ti cambia le cose. E poi parla di un giorno, una settimana dopo la morte, in cui arriva un pacco postale con dentro un regalo che lei aveva comprato in segreto prima di morire -uno zainetto per quando la figlia piccola sarebbe dovuta andare a scuola.
Ho avuto la fortuna di vedere un concerto di Mount Eerie, una volta. Ero a questo festival e dopo cinque o sei ore di fricchettoni alt-post-weird-harsh-noise è salito sul palco lui. Il concerto doveva essere un concerto dei Microphones, cioè, nella locandina c’era scritto The Microphones, ma sul palco al posto del gruppo c’era un tizio con una chitarra elettrica e un amplificatore minuscolo di quelli che credo si usino per suonare in cameretta. La cosa venne spiegata dal cantante, mentre strimpellava la chitarra “mi chiamo Phil e nel poster c’è scritto che questo dovrebbe essere un concerto dei Microphones, però io in realtà suono a nome Mount Eerie. The Microphones era il nome del gruppo dove suonavo ma adesso ci siamo sciolti.” Sul momento non si era capito, ma questa in realtà era più o meno la prima canzone del set, o comunque il set di canzoni non era molto diverso: melodie strane appena accennate che duravano dai venti secondi ai due minuti, senza usarci la cortesia di una strofa o di un ritornello. Giusto una vocina stentorea, due arpeggi di una chitarra suonata pianissimo, testi che parlavano di spiritualità e amore e di essere lì quella sera –c’era anche una specie di canzone sull’essere lì in quel momento e sull’aver pagato il biglietto o essere sulla guestlist. Lui era vestito di bianco, completamente di bianco (e questa non è un’iperbole: aveva una maglietta della salute bianca su un paio di pantaloni bianchi di cotone e portava un paio di calzini bianchi di quelli con il buco separato per il pollicione, con cui poteva indossare un paio di infradito bianche), completamente immobile e con un’espressione da impiegato sul viso. Per far capire che il pezzo era finito incrociava una gamba dietro l’altra, e le piegava leggermente ad accennare una specie di inchino. Oltre a far sostanzialmente sparire il ricordo di qualsiasi altro concerto avessi visto quel giorno, Mt Eerie mi ha rovinato qualunque altro concerto io abbia visto nei mesi a venire: chiunque in confronto a lui sembrava un poser esaltato senza alcuna ragione di esistere. Poi piano piano mi sono riconvertito al rockenroll e alle iperboli e alla gente che sudava e piangeva per finta sul microfono, e ho limitato le mie frequentazioni di Mt Eerie all’interesse per i numerosi dischi che Phil Elvrum, poi diventato Elverum, ha fatto uscire da allora –nessuno brutto, per quanto bizzarri e fuori asse potessero essere.
Da un anno a questa parte la morte è diventata un argomento centrale del pop. Abbiamo fatto il palato a dischi che parlano della morte di un figlio (Cave), a dischi registrati da artisti morenti (Bowie, Cohen), eccetera. Il più duro di tutti esce in questi giorni: si chiama A Crow Looked At Me ed è il primo album scritto da Phil Elverum dopo la morte della moglie Genevieve Castrée. Della storia è facile leggere in giro, quindi mi risparmio la fatica di ri-raccontarla. È un disco che parla della morte di una persona, e della vita di quelli che le sono sopravvissuti, con lo stesso tono con cui Phil Elverum spiegava che i Microphones erano il gruppo prima. Non è il primo disco a parlare della morte né il primo a parlarne così da vicino, ma è quel tono a renderlo così duro: nel giro di un pezzo è come se fosse morta la moglie del tuo migliore amico, e per una volta è una sensazione che rimane nell’aria anche dopo che hai staccato la musica Potrei dire che A Crow Looked at Me è uno dei dischi più sconvolgenti/destabilizzanti/tristi/commoventi che io abbia mai ascoltato; ma significherebbe più che altro ammettere di aver utilizzato questi aggettivi troppo spesso a sproposito, e di questo sono spiacente.

Un anno di Stregoni

*Questo è un diario di appunti sparsi presi nel corso del primo anno di Stregoni

Da quasi dodici mesi sono uno Stregone. Mi alzo la mattina prestissimo, controllo la posta o whatsapp e al posto dei miei contatti tradizionali trovo messaggi vocali in Pidgin, il broken english mescolato con i dialetti africani. Trovo canzoni, preghiere, fotografie e richieste di aiuto.

Che cosa facciamo con Stregoni. Suoniamo con gli ospiti dei centri migranti. Nell’ultimo anno siamo stati praticamente ovunque in Italia e poi abbiamo avuto la fortuna di intraprendere un viaggio che ci ha portato a Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Amburgo, Copenhagen e Malmö. Questo viaggio è diventato un film.

Da quando il progetto è partito abbiamo suonato con più di 900 persone diverse, tutte richiedenti asilo provenienti da Mali, Nigeria, Etiopia, Gambia, Senegal, Siria, Niger, Iraq, Afghanistan, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Sudan, Eritrea, Libano, Pakistan, Palestina.

Stregoni è un confronto continuo e faticoso. Lo abbiamo accettato da subito, facendo i conti prima con i nostri limiti, scegliendo di sfidarli,  metterli alla prova e successivamente trovandoci a confrontarci con le diverse sensibilità dei ragazzi che abbiamo incontrato.

Stregoni alla Festa del Ringraziamento – Foto Marco Pak Pasqalotto


Il nemico
Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, i problemi più grossi non li abbiamo avuti con neofascisti, leghisti o quei ragazzacci del Family Day.
Il nemico invisibile contro cui lottiamo dal giorno in cui siamo partiti con questa avventura è la Nostalgia, un muro spesso e molle, difficile da infrangere.
La nostalgia non serve solo al marketing o alla politica. In Europa, così come in molte altre parti del mondo, questo sentimento minaccia la convivenza di gruppi diversi all’interno dello stesso territorio perché distorce la realtà.
Un tempo si trattava di una semplice distorsione del passato: oggi, data l’assenza di alternative e di ideologie, la nostalgia sta facendo a pezzi anche il presente e il futuro.
Non si tratta solo dei filtri di instagram, della retromania, di serie ultra-citazioniste come Stranger Things o di andare a vedere la reunion di vecchi rocker settantenni. La nostalgia agisce molto più in profondità, soprattutto in chi, come nel caso dei ragazzi che suonano con noi, ha dovuto affrontare una migrazione.

Paris – Stalingrad Camp – Foto Johnny Mox

Tutti i rifugiati che hanno abbandonato la loro terra condividono un profondo senso di struggimento nostalgico, un disorientamento a cui non viene data alcuna risposta. Non hanno solo perso la casa, hanno perso un’idea di presente, di quotidianità, a cui restano appesi con i loro smartphone, vagando in città come zombie in cerca di wi-fi.

E qui cominciano i problemi. Ci siamo trovati a fare i conti con due diverse nostalgie, che rischiano di generare conflitti e fratture.

Em Slim – Foto Johnny Mox

La nostalgia stanca e decadente dei millennials occidentali, che si rifugiano (mi ci metto pure io coi miei vinili) nel tepore di un mondo lontano perduto. Sono lo specchio di un presente in crisi perenne, insidiato e irrimediabilmente minacciato.

Dall’altra i migranti sono la materializzazione di questo fantasma: ma la loro è una forma molto diversa di nostalgia. Non riuscendo a trovare un posto in una società incapace di ripensarsi, sono sempre di più quelli che inconsciamente scelgono di rifugiarsi in un mondo ideale e puro pervaso dalla nostalgia di luoghi e case, lingue e costumi che hanno perduto violentemente.
Sarebbe proprio la nostalgia il vero motore della radicalizzazione di molti islamici-europei di seconda o terza generazione, la cui ribellione contro la società viene alimentata da una sentimento nostalgico folle e distorto di un mondo che nessuno di loro ha mai veramente vissuto.

Kora player – Fattoria di Vigheffio Parma

Io continuo ad avere a che fare con ragazzi che fisicamente si trovano a vivere in Italia, camminano per le nostre strade, ma hanno ancora la testa in Africa o in Asia. E il cellulare in questo caso è il vero e proprio cordone ombelicale che li tiene attaccati alla loro terra.

Non c’è niente di sbagliato: i ragazzi impazziscono per la stand-up comedy made in Nigeria perché è obiettivamente divertentissima: stanno tra di loro a ridacchiare su youtube esattamente come migliaia di ragazzi italiani in Erasmus si ritrova(va)no a Parigi o Bruxelles a vedere la partita e farsi la spaghettata con il sugo portato da mammà.

E’ evidente però che la combo nostalgia + social network rischia di rivelarsi un cocktail micidiale. La nostalgia agisce come una droga, tranquillizzante o stimolante a seconda delle esigenze, come un nuovo oppio dei popoli. Ciò che conta è che sta riducendo a brandelli la stessa idea collettiva di futuro.

Estasiarci 2016 Viterbo – Foto Chiara Ernandes

Nostalgia del Futuro
Occorre al più presto capire chi sono le persone che arrivano nelle nostre città, quali siano le loro speranze, le aspettative, i muri culturali da abbattere.
E’ questa la ragione per cui c’è bisogno al più presto di trovare una strada diversa, prendendosi qualche rischio se necessario. Per farlo abbiamo scelto di cercare una visione nuova, non solo a livello musicale, sbarazzandoci della nostalgia in ogni sua forma, a costo di produrre per tentativi, a qualità intermittente.

Amsterdam Canals with Wasim

Se c’è una cosa che ho imparato da Stregoni è la libertà di sbagliare.
Ho provato (senza riuscirci sempre) a sfidare i miei limiti, a guardare agli altri e me stesso per quello che sono, libero di non capire, libero di arrabbiarmi e di porre interrogativi in uno sforzo continuo nella tensione verso gli altri. La forma che abbiamo scelto non solo per i live ma per tutto quello che produciamo rispecchia esattamente questo tipo di ricerca. Come nella vita vera, come in ogni relazione, serve un tempo per conoscersi, studiarsi, annusarsi e se serve, sbagliare tutto e ricominciare.

Stregoni è nato da subito rifiutando l’idea di band stabile proprio per questo. Siamo un laboratorio perenne senza membri fissi: quello che ci interessa è creare le condizioni per avere uno spazio di confronto più grande del palco, più grande della sala in cui il pubblico assiste all’esibizione. Troppo facile scrivere una bella canzone di sensibilizzazione: non c’è niente da sensibilizzare, questa gente è qui, vive tra noi e ha bisogno di risposte, di azione.

Paris – Theatre de Verre

Non si tratta di andare semplicemente a tempo assieme sul ritmo, quello che si crea con Stregoni è un campo di attrazione magnetica tra gli individui. La musica ha questa forza, quella di dare vita ad uno spazio fisico nuovo, all’interno del quale chiunque può muoversi liberamente ed entrare in contatto. Poco importa se siamo seduti in cerchio a pregare tutti assieme in mezzo alla foresta pluviale, o se ci troviamo in un centro migranti a condividere mp3 con il Bluetooth perché la connessione  è lenta.

Prendi proprio il caso del Bluetooth.
Prima di Stregoni non l’avevo mai utilizzato. Ho imparato ad usarlo grazie ad un paio di ragazzi del Gambia. Da loro è normalissimo scambiarsi musica o video da telefono a telefono. Se ti trovi nel deserto senza connessione internet non c’è amico migliore del bluetooth. Abbiamo tutto da imparare dall’Africa quando si parla di utilizzo punk della tecnologia.

Milano – Santeria Social Club

Paris – Theatre de Verre

Il Futuro di Stregoni
La prima fase di Stregoni si è conclusa, stiamo ultimando assieme a Joe Barba il documentario che racconterà il nostro viaggio in Europa. Dopodiché, come più volte è stato ribadito, ci piacerebbe gradualmente scomparire dalla scena, dando la possibilità ai ragazzi più bravi che hanno suonato con noi di muovere i primi passi in autonomia, utilizzando nome e logo del progetto per organizzare serate di musica nei locali da soli.

Il sogno che coltiviamo è un week-end con cinque concerti di Stregoni in contemporanea in cinque posti diversi d’Europa. Sarebbe il compimento assoluto del progetto.
Responsabilizzare queste persone, renderle protagoniste di un’avventura artistica e perché no, anche lavorativa.
Intanto abbiamo già cominciato a muoverci, creando due cellule separate, a Trento e Verona: io sto lavorando con i ragazzi della residenza Fersina e Brennero nella mia città, mentre a breve a Verona partirà un ciclo di laboratori curati da Marco / Above the Tree assieme ad alcuni membri dei C+C=Maxigross.

Tra i progetti in cantiere c’è anche la creazione di un vero e proprio network radiofonico completamente gestito via smartphone: un programma mensile con musica e “conduttori” multilingue che consenta ai migranti che arrivano in italia di potersi scambiare informazioni utili in un contesto diverso e informale.

Stregoni Workshop – Foto Vito A. Guglielmini

Don’t take my kindness for weakness
Mi chiedo di continuo cosa sarà di molti dei ragazzi che conosco già a partire dalla prossima estate, quando usciranno dai progetti di accoglienza o quando la loro richiesta di asilo verrà respinta.

Gli sbarchi, che nel 2016 hanno raggiunto il numero più alto di sempre, riprenderanno tra poche settimane. Lo scorso anno sono stati espulsi circa 1800 migranti. Una cifra che equivale alla metà del numero di richiedenti asilo arrivati con un solo sbarco.

Sappiamo tutti che gli accordi tra Italia e Libia non risolveranno il problema dei visti e ci faranno sprecare un montagna di denaro che invece andrebbe impiegata per i progetti di accoglienza.

C’è un grosso buco, un cratere che si allarga ogni giorno ed è un buco politico che rischia di inghiottire tutti quanti. L’assenza di regole, di un piano, una visione che vada oltre “l’emergenza” migranti sta producendo danni irreparabili ed è un assist a chi specula sulla paura.
Abbiamo un’opportunità incredibile da sfruttare, una soluzione che sbloccherebbe il problema della crescita demografica ed economica.
Un insegnante precario ogni dieci migranti, per accelerare sull’apprendimento della lingua, ma anche per una formazione mirata e specializzata.
Un investimento che, facendo incontrare due generazioni, quella dei nuovi arrivati e quella iper-qualificata dei giovani laureati, risolverebbe il problema più grande di questi anni, quello del lavoro.

Continuare a negare quest’opportunità a chi arriva e a chi già vive in Europa, avrà conseguenze disastrose: e non serve uno Stregone per fare una profezia del genere.

Stregoni su FB
Leggi il diario di Stregoni Parte 1

Copenhagen – Center kongelunden

Malmoe – Kontrapunkt

100 canzoni italiane: NON PAGO AFFITTO (SwaG NeGri)

Stasera era prevista una specie di guest-starring di Bello FiGo al Baccara di Lugo, evento annullato in seguito alle minacce ricevute dal locale. Si tratta solo dell’ultimo di una serie di episodi identici di cui continua ad arrivare notizia da fine anno scorso ad oggi. Un brevissimo excursus: Bello FiGo è una specie di LOLrapper, nel senso, uno di quelli venuti fuori sull’onda dello youtubbismo applicato al rap italiano (un fenomeno che da certe meravigliose concezioni DIY tipo i primi esperimenti Swaiz/Truceklan si è allargato in tempo zero alla base fino a diventare appannaggio di gente con problemi mentali, gente con finti problemi mentali, imprenditori in erba e gente regolare in cerca d’attenzione; un fenomeno di cui praticamente nessun giornalista serio, tra l’altro, si è occupato nei termini in cui avrebbe meritato). La sua roba era relativamente più complessa della media, una specie di Andy Kaufman molesto del LOLrap senza una vera e propria cognizione di causa. Bello FiGo, di origini ghanesi, ha una storia costellata di scaramucce con questo o quell’altro: è uno dei bersagli preferiti di un certo tipo di gentismo fascista alla gricia, poco importa che fosse qualche sparuto cazzaro su Facebook o i diss della Dark Polo Gang. Tutto è uscito di scala nel dicembre del 2016, in ogni caso: ospitato da Belpietro a Dalla vostra parte, Bello FiGo è stato messo in mezzo a uno studio a prendere insulti da alcuni intellettuali italiani (Alessandra Mussolini e gente simile) mentre sotto passavano stralci di Non pago affitto. Ricordo abbastanza bene la sera in cui è successo: stavo facendo disegnini al tavolo della cucina e nel contempo provavo a cimentarmi per la terza o quarta volta nell’impresa di ascoltare tutto Elseq 1-5 dall’inizio alla fine. In effetti stavo andandoci abbastanza vicino, poi qualcuno su Twitter e Facebook ha iniziato a condividere in maniera febbrile questa trollata di Bello FiGo alla Mussolini. Che trollata in senso stretto non è stata: il rapper s’è trovato in studio a fare l’unica cosa possibile, cioè bisbigliare un paio di frasi ogni tanto senza svelare mai, nemmeno per sbaglio, che si tratta di nonsense ironici sugli stereotipi dell’immigrato. È stato così che il personaggio ha fatto il definitivo salto di qualità, in quella modalità contemporanea da social che non ammette la presenza di mezzi toni. Da mentecatto ad intellettuale di riferimento in 48 ore al massimo. Di solito questa merda rientra con la stessa velocità con cui è esplosa, ma Bello FiGo ha qualche potere inspiegabile che manda fuori di testa i neofascio/leghisti. Di lì a poco si è iniziato ad avere notizia di date annullate per minacce ricevute, con la polizia che fa sapere di non aver intenzione di intervenire e garantire la sicurezza nei locali, e i gestori che se ne lavano le mani e chiudono le serrande. Quando succede in posti come Roma o Milano o quel che è mi arrogo il diritto di non pensarne nulla, perché vivere (in) una città di quelle dimensioni presuppone un certo tipo di atteggiamento che non riesco ad avere fino in fondo –in altre parole se un locale di Roma decide di non far suonare Bello Figo penso che non siano cazzi miei o che comunque non posso dare davvero un giudizio. Il Baccara di Lugo è una storia diversa, un posto in cui non sono mai entrato di persona ma che conosco tramite annunci pubblicitari da quando sono bambino –una specie di entità astratta del divertimento in Romagna. Qui da noi del resto ultimamente l’intolleranza viaggia tranquilla e ben supportata dalle popolazioni: dopo Gorino è stato fatto un picchetto a Marina Romea, e se non sbaglio a Borello

(avete notato che questi picchetti anti-accoglienza li fanno tutti in paesi tipo appunto Gorino FE o Borello FC o Marina Romea RA, vale a dire cittadine in cui basta passarci senza scendere dalla macchina per capire che qualunque purezza da salvaguardare se n’è andata affanculo per conto suo da decenni?)

Sto divagando. Il punto è che Bello FiGo è diventato uno sport totalmente diverso, in cui un nuovo livello di idiozia culturale viene vestito con gli abiti vintage del conflitto politico-sociale anni settanta. Incidentalmente, sembra anche uno dei pochi casi in cui la musica entra ancora nella realtà politica e sociale quotidiana. 

Anche se della musica di Bello FiGo non sono disposti a parlare in molti, o almeno non in molti tra quelli che di solito amano parlare di musica. La ragione è che Bello FiGo è fondamentalmente un cazzaro, rappa malissimo e manco si degna di far uscire dischi. Se ne sta lì su Youtube e quella è la sua dimensione. Non è raro leggere commenti sprezzanti che parlano di lui e di certi involontari compagni di scena nei termini di una specie di submusica, una cosa che s’è insinuata nottetempo in un discorso artistico rovinando i teoremi e venendo sopportata/supportata in quota estetica trash. Sono soprattutto i commenti sui social network a settarsi su questi livelli, ma non è impossibile leggere di Bello FiGo in questi termini su riviste e siti più o meno blasonati. Non ha moltissima importanza ai fini dell’analisi che una mina tipo Sono bello come profugo (SwaG Razzismo) –Wesley Willis misto Death Grips ma meglio- bruci di una fotta introvabile se non qui. Poi, certo, è questione di gusti, e si può senza dubbio liquidare tutta la sua roba con un laconico “fa cagare” di cui nessun Bertoncelli verrà mai a chiederci conto, ma nel farlo continuiamo a rendere omaggio a un canone estetico che (a parte essere sbagliato, e sarebbe il meno) sta massacrando qualsiasi tentativo di legare la musica al mondo in cui viviamo, a livello mondiale. 

Un esempio al negativo: domenica sera ci sono stati gli XX a Che tempo che fa.  Dopo che il gruppo ha suonato il suo ultimo singolo, 6.5 a star larghi, Fazio si è avvicinato e ne ha parlato, visibilmente emozionato, usando lo stesso frasario sfoderato da chi li ha recensiti in qualunque sito o rivista musicale musicale. Blablabla l’eleganza blablabla perfetto per le le colonne sonore le sfilate blablabla il suono più giusto dell’oggi. Bellissimo discorso, per carità. Il paradosso è che molta della gente che parla degli XX in questi termini, in Italia, è la stessa che con l’altra mano inchioda da dieci anni Fabio Fazio alla croce del cosiddetto buonismo, in uno di quei loop culturali tipicamente Bello FiGo. Ora non voglio dire che ascoltare Bello FiGo sia più sano che ascoltare gli XX (anche se tutto sommato lo è), ma c’è un motivo per cui 1 la musica degli XX sta bene dovunque tu la metta e 2 tutti gli articoli sugli XX fanno sbadigliare. 

(si parla di loop culturale alla Bello FiGo  quando decidi di metterlo nel culo ai benpensanti e ai buonisti, ti cali le mutande per procedere e tutt’a un tratto inizi a sentire una fitta dietro) 

C’è un bell’articolo di Mattia Salvia, su Vice, in cui si parla della relazione tra Bello FiGo e tutto il sottobosco militante/autonomo, cioè l’unico sottoinsieme della popolazione italiana ancora interessato a menarsi con i militanti di destra. “è sintomatico che di fronte alle intimidazioni che ha subito nelle ultime settimane, non ci sia stata da parte del movimento una presa di posizione netta. “Il fatto che Bello Figo abbia generato questa dinamica di divisione è positivo: a noi interessa che la società sia costretta a scegliere da che parte stare,” ha concluso Ivan. “Come movimento bisognava fare questo, abbiamo perso un’occasione per stare dietro a una cosa che sarebbe stata compresa da tantissime persone.” La mia generazione ha sempre avuto un sacco di minchiate per la testa, ma almeno siamo riusciti a vivere un periodo nel quale era ancora possibile associare per grandi linee un certo senso di rivalsa sociale e un certo tipo di musica che usciva in quegli anni. Nel 2017 ci sono cause molto più calibrate e intelligenti delle nostre, e problemi molto più pressanti, ma vengono sollevati da gente che a quanto ne so ascolta ancora Clandestino di Manu Chao –e quasi tutti coloro che percepiscono l’assurdità di questa cosa consiglierebbero di passare gli XX o i Death Grips. 

Non è che gli altri siano messi meglio, sia chiaro. A parte il relativo svilirsi del concetto di ronda (qualsiasi paese di campagna ha i suoi bravi cittadini che pattugliano le strade in cerca di quelli che entrano a rubare in casa nelle notti d’estate, spesso organizzati in gruppi bipartisan o direttamente apolitici), in passato sembrano aver perso tempo in battaglie più interessanti. Anzi, a conti fatti la sostanziale inesistenza a livello mediatico di Bello FiGo pre-Dalla vostra parte sembra indicare che quelli che vogliano impedire al rapper di esibirsi in pubblico siano gente che prende indirettamente ordini da una classe politica/intellettuale capeggiata da Alessandra Mussolini. Ma forse c’è un processo cognitivo di cui non sono a conoscenza e che rende il tutto molto più fascinoso di quanto io pensi. Di mio faccio fatica a ricordare le pochissime volte in cui ho rischiato personalmente un paio di schiaffoni, men che meno a un concerto. Le cose allora funzionavano in una maniera abbastanza lineare: qualcuno voleva che il concerto si svolgesse, qualcuno voleva che non. Gli sbirri stranamente andavano sempre a dare una mano a quelli del no, e dopo un po’ uno si fa pure l’idea di esser dentro a un gioco leggermente truccato, ma al di là delle questioni ideologiche va detto che quantomeno da una parte e dall’altra c’era gente con un interesse. Le ragioni degli uni e degli altri nel lungo periodo decadono con lo stesso ritmo impietoso, ok, ma in tempo reale entrambi gli schieramenti stanno difendendo un loro diritto percepito. La differenza con l’oggi, e il motivo per cui questa vicenda ha almeno una dimensione di grottesco che va oltre al testo di Non pago affitto, è che oggi non sembra esserci qualcuno davvero disposto a fare a botte per vedere un concerto di Bello FiGo. E a dire il vero non c’è stato nemmeno un raid di Forza Nuova (o Casa Pound o chi per loro) ad un suo concerto che abbia fatto dei feriti; è tutto gestito sulla base di una sorta di conflitto intrinseco alla nostra idea di cultura, da cui peraltro passiamo almeno due ore a settimana a dissociarci usando la parola “italiano” in senso vagamente dispregiativo. 

Per certi versi tra l’altro questo risponde ad una domanda che alcuni di noi si portano dietro dalla prima volta che abbiamo letto Gibson: è possibile mettere in essere un conflitto sociale violento che investa nient’altro che la sfera psichica e il cyberspazio, e magari su qualcosa di cui se a nessuna delle parti in causa frega davvero? 

(giusta osservazione, qualsiasi causa sociale di successo ha coinvolto, nelle fasi di massimo hype, un notevole gruppo di imbucati generici e gente che ci stava dentro per scopare. Ma non credo che si possa davvero scopare ai concerti di Bello FiGo)

È indicativo che tutto questo stia succedendo intorno ad un personaggio che non dà l’idea di essere particolarmente intelligente, o particolarmente capace di leggere la propria realtà. Di Vasco Rossi si diceva che “cantava un malessere serpeggiante”, o stronzate del genere. Se lo chiamate SwaG per me non c’è differenza, e forse in questo Bello FiGo è solo uno che non ha la sfortuna di possedere gli strumenti cognitivi che ci sono toccati in sorte per decodificare la realtà. L’altro ieri mia nipote ci ha mandato il video della festa di carnevale delle medie, e un suo compagno sfilava vestito da Bello FiGo. Questa cosa può non voler dire niente, o può voler dire che qualcuno sotto i diciott’anni riesce a percepire come “figo” un ragazzino poco più grande di lui che parla di scroccare l’ospitalità a Matteo Renzi. Alcuni di loro potrebbero perfino provare ad informarsi, ma non è questo il punto. Musicalmente il punto potrebbe voler essere che se avessi un figlio di 13 anni sarei più felice di darlo in pasto a roba brutale e senza senso come questa, piuttosto che imporgli chissà quale surrogato di cultura pop alta che lo salvi dalla perdizione. Politicamente il punto potrebbe essere che nemmeno io faccio opraio, e allora di che cazzo sto parlando. 

Canzoni che mi fanno piangere #1 – In love with a view.

[Il post qui di seguito è stato scritto circa quattro anni fa, poi devo averlo trovato troppo emo e non ne ho mai fatto niente. L’altro giorno Andrea Guagneli dei Brothers In Law mi ha fatto ritornare in mente questa canzone e sono andato a cercarmelo: in qualche modo mi è piaciuto, o ho trovato che ci fosse dentro una qualche parte di me, e ho pensato di mandarlo al sito dove pubblico le cose emo.]

I Mojave 3 nascono da tre fuoriusciti dagli Slowdive (il gruppo shoegaze dopo i Mbv) che partendo da lì ci mettono un po’ più di ballate; restano le chitarre suonate in quel modo, ma su fondamenta più classiche: in qualsiasi cosa scritta su di loro si parla di folk e si nomina la parola country.

Il loro terzo album, bellissimo, si apre con una di quelle canzoni che ti fulmina istantaneamente, si chiama In love with a view.

Da qualche parte enrico ghezzi (il minuscolo lo vuole lui) ha detto che il modo migliore di guardare un film è abbioccandosi un po’ ogni tanto (sono quasi sicuro che non si sia espresso esattamente in questi termini), quando si è stanchi. Perché il film si mescola a altro, diventa più liquido, più suggestivo, e anche il senso del tempo si disperde.

Una cosa bella con le canzoni è immaginarsele per i cazzi propri, senza neanche sapere se quello che stiamo pensando corrisponda al vero, magari anche capendo male quello che viene detto, capendo una parola sbagliata, o immaginandosi una traduzione che non esiste, o attribuendo significati sbagliati alle parole.

In love with a view parte come una ballata abbastanza classica, quasi dylaniana, non ha un ritornello ma solo strofe tutte più o meno uguali, è tutta un crescendo e man mano le strofe si arricchiscono di elementi, e tra la terza e la quarta c’è una parte strumentale dove succede un po’ di roba (bella), ci si ricorda da dove viene il gruppo, e poi il pezzo torna a spogliarsi. Ma per una volta, contrariamente a tutti i miei principi, mi disinteresserò della musica e mi concentrerò solo sul testo.

A parte la bella voce il miracolo qui è una canzone che ti trasporta immediatamente in un mondo, in uno stato d’animo.

“I had a plan that was built on thinking too long”. Io avevo un piano, e tu no. E era basato non su quello che avevamo vissuto, ma sul mio pensare troppo, farmi un sacco di viaggi, immaginare un futuro insieme e cose del genere, quando tu non eri probabilmente così interessata.

Poi direttamente un’immagine: “canadian winters at home with your sisters”. Non un inverno solo, l’idea di vari inverni che passano, una sequenza. Inverni canadesi, non inverni qualsiasi: roba di neve e di camino acceso in casa. In casa con le tue sorelle, che nelle fantasie non ci si fa mancare neanche i dettagli.

“The romance was hard to ignore” e io non so se sta descrivendo com’erano le cose nella storia, ma secondo me anche questo romanticismo difficile da ignorare era soprattutto quello della sua fantasia. Notevole anche il quasi litote di non definirlo un grande romanticismo, ma un romanticismo soltanto “difficile da ignorare”.

E poi la chiusura perfetta della strofa: “You were beautiful i was happy to fall”.

Come un “via libera”, come se facesse saltare un gancio da qualche parte tra gli occhi e il cervello. Pensando a cose che non sono state, al gioco delle colpe.

Un capolavoro di melodia (quell’abbassarsi di “happy to fall”) e due frasi che contengono un mondo. La nostalgia di qualcosa che non capita più da non so quanto tempo.

“To fall”: cascarci, lasciarsi prendere da qualcuno e tutto il resto importa molto di meno. Eri bella e ci sono caduto. Felice, pure.

Eri bella. Alla fine è tutto lì. Ti guardo e penso che sei bella, in generale, che è bello stare con te, che non voglio nient’altro. Due frasi, la perfezione.
E quel “fall”, che può essere del tutto neutro ma anche farci già intuire che non andrà bene, che succederà qualcosa.

Poi si parla di questo panorama che lui prospetta e che lei ricorda, e allora lui è contento di poter pensare che sia tutto scritto nel destino.

Lui con il suo piano – presumibilmente quello di prima – e una tasca piena di poesie se ne sta alla stazione “heroically tragic bearded and blinded with obsession” (che insomma fattela venire in mente tu come definizione), poi precisa ancora meglio: sono una macchina senza speranza troppo vicina al burrone per andare lontano. Ce le avete presente le macchine nei film che restano lì in bilico? Sempre a proposito di scrivere per immagini.

Poi “I showed you my field” e immediatamente specifica “i said this is my field”, che sono un po’ la stessa cosa “ti ho mostrato il mio campo” e “ti ho detto questo è il mio campo”. È la classica frase che verrebbe segnata come ripetizione in un tema. Però stavamo parlando di immagini, di rafforzamenti, e di come suona. È un po’ la stessa cosa di quando prima dice “I remember you searching, I thought you were searching”.

E la chiusura di strofa, ancora una volta: “but you weren’t impressed”. Un’altra litote. Sempre un po’ tirato indietro, neanche una cosa grossa: mentre io sono qui che voglio rivoluzionare la mia vita tu semplicemente non sei molto impressionata. Anche nel tuo non fregartene un cazzo non c’è niente di epico, c’è un piccolo sbuffo, guardare da un’altra parte, controllare l’orologio. Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato, diceva un altro.

Mi chiedi perché siamo qui. E una gran parte di te è lontana da qui. Così lontana da qui. “Una così gran parte di te è così lontana da qui”. E come nella stessa frase il tono sale e scende e si butta un po’ via sulla fine. E lo ripeto, lo ripeto. Come a scuotere la testa.

Ormai il sentore della fine si sta manifestando, mentre scuoto la testa lo sto capendo anch’io che questa è la fine, che ci fermiamo qui.

“Ed è bastato il suono della tua voce per farmi capire tutto”.

E allora alla fine ti spiego com’è andata, visto che ho capito. Sempre in due versi, che dicono tutto.

E ci spiegano che questa è la canzone del rimpianto, di quello che non è stato, degli amori non successi: non è andata. Era una cosa semplice, ma non eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – non c’era quella stessa luce negli occhi, non c’erano quei pensieri da parte tua.

Era un piano basato sul mio pensare troppo (te l’ho detto all’inizio): speravo di poterti mostrare lo stesso paesaggio (quello che avevo io nella testa), cioè quello di te alla finestra e io che mi sentivo bene. Speravo che ne facessi parte, che questa immagine potesse diventare qualcosa, che la rendessimo reale. L’idea di una quotidianità. L’idea squallida e borghese di una serena quotidianità insieme, vista da una finestra (in un cazzo di inverno canadese).

Vista da qualcun altro, magari anche con un po’ d’invidia; o proprio da me mentre torno a casa, con la serenità di chi sa quello che lo aspetta: qualcosa di caldo “and me just feeling fine”.

Una cosa che non c’è mai stata, che è rimasta solo un’immagine nella mia testa.

Un’immagine che ora, quando ci ripenso, è soltanto una cartolina della mia nostalgia per quando quell’immagine era ancora una possibilità.

Sehnsucht (pronuncia: [ˈzeːnzʊxt]) è un sostantivo tedesco che si traduce come “desiderio”, “brama”, o “voglia”, o in un senso più ampio come un tipo di “profonda mancanza”. Tuttavia è difficile da tradurre in modo adeguato, e descrive uno stato emotivo profondo. Il suo significato è in qualche modo simile alla parola portoghese saudade. Sehnsucht è una parola composta, proveniente da “un desiderio ardente o brama” (Das Sehnen) e “dipendenza” (die Sucht). Tuttavia queste parole non contengono adeguatamente il pieno significato del loro composto, anche se considerate insieme.

La parola rappresenta pensieri e sentimenti su tutti gli aspetti della vita che sono non finiti o imperfetti, insieme all’anelito per altre esperienze ideali. È stato definito come aspirazione alla vita o ricerca della felicità da parte di un individuo che deve affrontare la realtà di desideri irraggiungibili. Questi sentimenti sono solitamente profondi, e tendono ad essere accompagnati da sensazioni sia positive che negative. Questo produce ciò che è stato spesso descritto come un evento emotivo ambiguo”.

https://en.wikipedia.org/wiki/Sehnsucht

 

(Federico Sardo)

MATTONI: Willard Grant Conspiracy (in morte di Robert Fisher)

La rubrica MATTONI, ormai caduta in disgrazia, parla di canzoni lunghe dieci minuti e passa. Di solito è roba che compete alla sfera del metallo estremo o dell’elettronica militante ma non sempre. Oggi, ad esempio,

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Come tutti quelli flippati coi dischi ho anche io un sacco di psicosi assurde legate alla musica. Una delle più bizzarre, a cui non penso spesso, è questa: se una persona che ne sa meno di me mi fa scoprire un disco bello, soffro fisicamente. Sono stato chiaro? Mi sa di no. Cerco di spiegare.
Durante la vita ho passato un sacco di tempo a scandagliare riviste e siti internet alla ricerca di qualunque tipo di buona musica. Una delle spinte iniziali, quando diventi un fanatico di questa roba, è saperne più di quelli che vivono nel tuo condominio, e così cominci: concerti, dischi, concerti, dischi, fanze, riviste, concerti, dischi, forum eccetera. Personalmente ho anche una lista di persone che in anni di preadolescenza mi hanno sfottuto per qualche macroscopica lacuna musicale, quelli che ti sfottono perché a 13 anni non sai chi sono i Led Zeppelin, eccetera. L’indiretto protagonista di questa storia non mi ha mai sfottuto, anzi è una delle migliori persone che abbiano mai incrociato la mia vita, ma non ha passato gli ultimi vent’anni a comprare leggere scaricare. Però negli anni del liceo mi ha fatto un po’ cominciare ad ascoltare certa musica –gli devo i Pantera, Danzig, i primissimi Litfiba, qualche roba crossover, il Wu Tang, i Negu Gorriak, diverse cose hardcore vecchie. Negli anni di formazione in provincia avere a che fare con questa roba è abbastanza insolito e può portare a tracciare una specie di solco su cui poi si va a costruire un po’ tutta una narrativa personale. Oddio, sto facendo un pippone. Ricomincio.
Col mio amico andavo al liceo ed ero innamorato di lui perché aveva una testa pensante anche a 15 o 16 anni, una cosa che almeno alla mia epoca era abbastanza una rarità. Nei primi anni di università abbiamo finito per perderci, come del resto era fin troppo auspicabile, e quando ci siamo ritrovati s’era formata più o meno la nostra personalità, o quantomeno la nostra sfera di interessi. Io avevo passato gli ultimi 7 o 8 anni ad ascoltare musica di ogni tipo in modo ossessivo ed enciclopedico, lui no; lui svolgeva il lavoro per cui aveva studiato, io no; sia io che lui eravamo piuttosto ossessionati dall’idea di mangiare bene e bere bene, così insomma, un terreno comune e tante serate. Succede più o meno dieci anni fa: sono in macchina con lui diretto in qualche cazzo di ristorante in collina, lui ha lo stereo acceso con la musica bassa che viene da qualche CD fatto con gli mp3, e chiacchieriamo di cose che non ricordo, e a un certo punto inizio a prestare attenzione alla musica. È una specie di giro allucinato di rockettone psichedelico che se non sbaglio sta andando avanti da cinque o sei minuti senza cambiare mai, e ogni tanto la musica si stacca e c’è un tizio col vocione che canta, quelle voci scurissime che t’immagini nascondano un tizio di mezza età col barbone e i capelli corti, una certa qual intonazione alcolica, e poi a un certo punto la strofa finisce e mentre la musica ricomincia a suonare la voce continua a ripetere Let it roll, let it roll, let it roll e via di questo passo finchè non inizia a urlare. Non riconosco il cantante né il gruppo e questa cosa mi fa MALISSIMO, dieci anni di studio buttati nel cestino, ora dio cristo devo chiedergli che disco è, e io non voglio chiederglielo, voglio saperlo prima e magari dire “ma questo chi è, Smog?”, e lui saprebbe quanto cazzo sono serio. Vabbè. Gli chiedo chi è, e lui mi dice che sono i Willard Grant Conspiracy, che da poco hanno suonato qui in giro e io non solo me li sono persi ma manco lo sapevo perché non avevo idea che fossero fighi. Così. Gli dico di alzare, poi c’è da dire che l’altra roba secondo me funziona un po’ meno o almeno in quella macchina non funziona così bene quanto il tiratone di prima. Vabbè. Non ricordo come è andata la cena ma era la sua macchina, quindi io mi sarò ubriacato. Il giorno successivo ho scaricato il disco e l’ho messo su.
Poi da allora sono successe svariate cose, soprattutto col mio amico –io ho cambiato città, lui si è sposato e non è più facilissimo vedersi coi miei bambini e i suoi orari lavorativi eccetera, ma tutte le volte che ci vediamo per me è una cosa speciale. I Willard Grant Conspiracy li ho ascoltati per bene: il disco che contiene Let It Roll si chiama Let It Roll e come quasi tutta la loro produzione è perlopiù acustico. La voce è di un tale di nome Robert Fisher, che poi è l’unico vero e proprio membro del gruppo, il quale nel corso della sua esistenza ha operato con una cinquantina di musicisti diversi. Sono riuscito a vederlo anche dal vivo, una serata strana e molto raccolta a metà settimana. Era uscito un altro disco del gruppo, Pilgrim Road, e il palco era diviso a metà con Cesare Basile in non so quale progetto estemporaneo. C’era anche il mio amico. Fisher era pazzesco: un armadio di un quintale e mezzo seduto a lato del palco, manco un millimetro di barba, una voce assurda. Ieri s’è saputo che è morto di cancro: la sua musica qui è arrivata ma non ha fatto poi troppo clamore, quindi magari –almeno per i fanatici del folk- vale la pena perderci un’oretta e mettersi in pari. Se lo chiedete a me, conviene partire con Let It Roll: dieci minuti di folk elettrico allucinato e rumorosissimo, la voce ubriaca di Fisher che sul finale urla in un modo da far paura.

 

 

100 canzoni italiane: MI SONO INNAMORATO DI TE


All’inizio di Basquiat, il film, c’è un monologo recitato in originale da Michael Wincott (e in italiano doppiato da Mino Caprio) secondo cui tutto il mondo dell’arte dopo Van Gogh può essere visto come un continuo risarcimento. “Nobody wants to be part of a generation that ignores another Van Gogh”. Questo vale per la cultura occidentale contemporanea, della quale ci troviamo spesso a pensare a noi stessi come una scrausissima radice quadrata del cazzo. Un esempio? Vi dico quali sono le prime cinque cose che penso se mi dite “Tenco”:

1 Un’associazione/club che una volta all’anno premia le ECCELLENZE del cantautorato italiano

2 Un tizio che si è suicidato in segno di protesta perché la sua canzone era stata trombata al Festival di Sanremo prima della finale

3 Una inchiesta vecchia decenni sulla morte dello stesso

4 il verso “Mi sono innamorato di te perché non avevo niente da fare

5 una raccolta in doppio CD.

L’ordine esatto testimonia il modo in cui ho conosciuto Tenco e il fatto che mi piace ricominciare tutte le volte dall’inizio. Sono nato più di dieci anni dopo la sua morte, e fin da ragazzo ho avuto questa idea di lui come di una sorta di ultraintellettuale della musica a cui era dedicato un premio della qualità, IL PREMIO TENCO!, mica scherzi. E poi ho scoperto più o meno che era un cantante, e che aveva scritto Ciao amore ciao ed era stato eliminato a Sanremo prima della finale e si era ucciso per questa cosa, e poi ho scoperto che c’erano molti dubbi su questa versione dei fatti. Una volta su qualche rivista lessi qualcuno che diceva che “mi sono innamorato di te perchè non avevo niente da fare” era il verso più punk della storia della musica italiana perchè, boh, contraddiceva l’idea di amor cortese che imperava da secoli nello stato pontifizio o qualcosa del genere.

(Ho letto la stessa cosa anche per il FABER, vabbè)

La passione vera e propria per Tenco la devo a una tizia con cui ebbi una specie di storia nel tardo 2005. Io ero un fanatico di roba alternativa, lei no: parlammo di Luigi Tenco, non so per quale motivo, e lei aveva questo doppio CD che ascoltammo durante un viaggio. A quell’epoca non conoscevo più di sei o sette sue canzoni e quando ti arrivano addosso in un’unica sessione di due ore, insomma, tendi a sentirtelo un po’ addosso. Di Luigi Tenco si può senz’altro dire che come cantautore fosse uno che viveva in un mondo a parte, ma tutto sommato è una cosa che puoi dire anche di tanti -anche di Morgan, per dire. Però a differenza di Morgan le canzoni di Tenco hanno questa capacità fenomenale di scagliarti a calci in culo dentro il suo mondo e a farti diventare la persona che canta, assaporare quel genere di sconfitta, lo schifo per la vita, il bisogno di rivalsa e quel briciolo di sadismo sorridente: quelle foto con lo sguardo torvo ritraggono un po’ Tenco e un po’ te dopo venti minuti che lo stai ascoltando.

Alla tizia non faceva lo stesso effetto perchè l’aveva conosciuto da bambina e ci si era un po’ abituata. Diceva che Tenco era il cantante preferito di suo babbo, e che suo babbo gli aveva dato un’infarinatura su tutto quel che era successo, che era morto da giovane e che aveva questa storia con una certa Dalida e lo suonava nel giradischi il fine settimana, a volte ci cantava sopra. Diceva che suo babbo sapeva cantare benissimo: ci rosicavo un po’ perché io non ho mai sentito cantare mio babbo, e la roba migliore che ho tirato fuori dalle sue cassette è Tu cosa fai stasera di Baldan Bembo (che comunque a Sanremo arrivò seconda). In un’altra conversazione che abbiamo avuto, abbiamo confrontato i modelli paterni con cui siamo cresciuti: suo padre era un muratore innamorato della propria famiglia che ha votato a sinistra tutta la vita, mio babbo era un commerciante e un repubblicano e amava la propria famiglia ma amava anche la propria privacy.

Così, insomma, a ognuno tocca un pezzo di cultura diverso dagli altri. Quello che mi è toccato in sorte l’ho dovuto più o meno costruire da zero con quel che avevo a portata di mano, e francamente non mi sento di aver fatto tutto ‘sto gran lavoro.

Non c’è dubbio sul fatto che se stiamo dentro la canzone italiana, Tenco sia uno degli autori più brutalizzati dalle disamine accademiche e dalla saggistica di genere. È persino possibile far risalire l’idea di una saggistica di genere alla sua esistenza, come nel pippone su Van Gogh: la sua morte prematura da artista malcagato ha aperto la strada a migliaia di risarcimenti apocrifi. Una cosa sconvolgente che ho imparato ascoltando i suoi dischi: la musica di Luigi Tenco riesce miracolosamente a sostenere il peso della sua leggenda. Il problema se mai è la leggenda in sè e per sè. La rettorica stronza con cui viene tramandata fa sì che il suo mito di artista tormentato e pieno di demoni continui a perpetuarsi da cinquant’anni con sempre maggior cattiveria, e l’idea purista di un Tenco-autore che colpiva bersagli che tutti gli altri hanno mancato di brutto è un postulato del cazzo che ha infestato l’immaginario della critica bene per decine di anni senza darci la possibilità di smarcarci e ripensare la musica daccapo. Il fantasma di Luigi Tenco è così ingombrante da essere diventato contestualmente lo spettro di una “canzone d’autore” italiana, spietatamente snob, irragionevolmente “impegnata” e sistematicamente incompiuta/inespressa. Uno spettro che se nella fase di concepimento dell’idea è riuscito ad imporre un’estensione dei confini di ciò che era consentito o non consentito fare con la canzone, di lì a breve ha fornito le condizioni per un’onda di riflusso e per l’imprigionamento del canone musicale del pop italiano “colto” all’interno di un circolo di eletti. Il quale, nell’ultimo paio di decenni, è riuscita ad unificare tutti i suoi sottogeneri di riferimento (indie/alternative, cantautori con 50 anni di storia, rap intellettuale, canzone militante) e formattarli in una forma mentis volta a cantarsela e suonarsela -cose come il Premio Tenco, appunto. Il tutto in virtù di una malinterpretata “osservanza”, che ha tolto alla musica ogni possibilità di farsi notare se non nell’aderenza pedissequa a un canone qualitativo che da quarant’anni e passa nessuno si sente obbligato a modificare nella sostanza. Come a dire che tutto il discorso attorno a Tenco, per quanto mi riguarda, è destinato a franare miseramente intorno al modo in cui sono stati gestiti il suo messaggio e la sua eredità spirituale.

Una visione alternativa è quella secondo cui abbiamo bisogno di storie alla Luigi Tenco, di artisti che muoiano in giovane età o che per altri traumi di vario tipo non siano abilitati a proseguire la loro carriera fino al momento in cui siamo costretti a vederli dissipare quel briciolo di ragion d’essere nell’ennesima ospitata in qualche evento televisivo, canzone donata a qualche popstar del momento, disperato tentativo di rivedere il suono e rimanere sulla cresta dell’onda, ospitata di un rapper eccetera. Da lì in poi dipende da chi gestisce il tuo patrimonio artistico, e in questo la musica di Tenco funziona due volte: confrontata agli standard della canzone italiana, la sua roba è così radicale e respingente da rendere quasi impossibile lo sfruttamento da parte di stronzi e casi umani, contrariamente a -che so- un Battisti (uno la cui prima fase è stata così brutalmente sciacallata dalla macchina dello spettacolo e del pensiero debole che l’ambizione di salvaguardare un brandello della sua eredità spirituale ha imposto a Velezia di passare il resto della sua vita col fucile in mano). Questa cosa, forse, ha continuato a salvare Luigi Tenco. Il suo operato continua ad apparire rispettabile nonostante i massacri di Ciao amore ciao perpetrati a sangue freddo da chi tira i fili dei Mengoni e delle Ferreri del caso, è rimasto asciutto dal fanatismo che ha massacrato la musica del FABER. Non ha molta importanza quanto si possa essere disposti a svendere Tenco: dopo un po’ nessuno avrà voglia di comprare.

Il cinquantennale della morte di Luigi Tenco è una cosa per appassionati hardcore e gente che ha passato la vita ad inseguirlo: si tratta di tanta gente e io lascio volentieri il passo. La mia canzone preferita di Tenco è Mi sono innamorato di te, scelta scontata, quella con la linea di testo che conoscono tutti, quella di cui si è parlato di più. D’altra parte se lasciate la disamina di Tenco in mano agli ultras vi ritroverete a leggere centinaia di pagine sbrodolanti che imputano al cantante l’invenzione della canzone d’autore, della canzone di protesta, della canzone popolare e (in casi fortunatamente rari) del punk. Se andate sul tranquillo e cercate “Tenco” su google, tra i primi risultati oggi c’è un articolo che si intitola “perchè Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco è da considerarsi poesia”. Se provi a spiegarla la rovini, se provi a suonare una cover ne esci con le ossa rotte. Io di mio sono contento di averlo conosciuto relativamente tardi, verso i trenta, lo riascolto di tanto in tanto e ci tiro fuori sempre qualcosa di buono.

Oh, e comunque io e la tizia stiamo ancora assieme. Ogni tanto nostra figlia costringe il nonno a cantarle una canzone. Roba dai cartoni Disney, niente Tenco per ora.

Una per i cinquanta di Mark Kozelek

 

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Arriva sempre il momento del cambio di velocità, di stile, di scena. Un dettaglio prende il sopravvento sul resto, il corso dell’esistenza slitta senza lasciare il tempo di accorgersene, fino a quando la situazione si assesta, la mutazione si arresta, e da lì in poi a posto così. Fattori esterni, quasi sempre connessi allo scorrere del tempo; inventario dei dolori, dell’attaccatura dei capelli, delle esigenze della vita. Scendere a patti, abbassare gli standard; in una parola, starci. Il più delle volte viene assimilato e digerito come un cambiamento in meglio; altre, il risultato un mix di accettazione, non potere o volere fare altrimenti, adattamento e/o resa incondizionata (variabili le percentuali). Comunque il risultato è sempre lo stesso: chi era qualcosa diventa qualcos’altro, il precedente qualcosa non tornerà mai più. Restano i ricordi in chi vuole o può ricordare.

L’incarnazione attuale di Mark Kozelek va avanti più o meno dal 2005; la deriva farsesca è affare più recente, coinvolge strettamente l’uso improprio di canali inutili, attaccare briga con nullità per motivi inesistenti e qualche pugno di clic, probabili implicazioni cliniche tenute a bada in modi che ignoro, una sfera virtuale che amplifica distorce deforma il reale in perfetta corrispondenza con i tempi che corrono. Un cerchio che comunque si chiude, da una forma di autismo a un’altra forma di autismo, cambiano il conto in banca e il battage mediatico.

Mark Kozelek nasce il 24 gennaio di cinquant’anni fa in un paese nella contea di Stark che ritornerà spesso nelle sue canzoni, come del resto qualsiasi altro luogo, persona o situazione abbia incrociato lungo la strada. A costruire il personaggio penserà fin dalle prime interviste, scostanti e imbarazzanti (per l’interlocutore) dal giorno uno, che restituiscono il totale di un James Dean in sedicesimi che resta vivo, senza patente e con la chitarra al collo: si dipinge tossico all’età di dieci anni, in contemporanea impara i rudimenti dello strumento che non abbandonerà più. A quattordici si disintossica, quel che verrà poi il risultato. A diciotto inizia a scrivere pezzi suoi, hardcore il veicolo primario; suona in giro, come piace dire; molti gruppi, poco o nulla di anche solo lontanamente rilevante. Fino al momento in cui rallenta i tempi più verso zona bradicardia, diminuisce progressivamente la distorsione fino ad assestarsi a livello Neil Diamond, a volte stacca proprio la spina. Red House Painters il nome della cosa; Down Colourful Hill, raccolta di tracce demo incise tra il 1989-90 recuperate senza editing di alcun tipo, esce su 4AD che nel 1992 più di un’etichetta era uno stato della mente. In qualche modo ha perfettamente senso si incastri tra Dead Can Dance e This Mortal Coil: l’umore è quello, l’attitudine è quella; continente, genere, formazione, questioni secondarie, comunque si resta al di là del blu oltre la soglia dentro il nero,dove qui più che altrove fa brutto vero. Il sentire comune catturato in copertine e artwork che tuttora dicono di standard mai più ripetuti, una linea comune che nessuno, mai, ha saputo anche solo sfiorare (da un certo momento in poi, nemmeno più la 4AD stessa, che comunque continua a sopravvivere).

 

I dischi successivi altre zone della mente limitrofe, variazioni su un tema che non si esaurisce mai, la dimostrazione che è più che sufficiente un giorno di vita per accumulare ricordi che un’intera esistenza non basterebbe per sviscerare, dove una gita in macchina fino a un parco di divertimenti non molto distante dalla base produce Grace cathedral park, quattro minuti in cui è racchiuso un intero universo, ed è solo il primo pezzo del primo album. Tutti i dischi dei Red House Painters sono un sacco a pelo psichico dove trovare rifugio ogni volta che ci si torna a sentire come soltanto lui ha saputo trovare il modo e le parole per dire: zitto all’angolo, paralizzato e in caduta libera. C’è un passaggio su major che incasina irrimediabilmente gli equilibri, un disco bloccato per tot anni, infine uscito a band già dissolta (Old Ramon), l’abbandono del nome per questioni burocratiche, due dischi solisti il cui materiale per l’80% sono cover, una nuova band che si chiama come un pugile coreano meno una “g” finale che aggiunge sottintesi esoterici, un primo disco agli stessi livelli dei precedenti, poi la nuova fase, che dura tuttora.

Il dischi dal 2005 in poi, in solo o come Sun Kil Moon cambia poco (spesso è solo lui comunque) massimizzano quanto distillato fino ad allora con rigore francescano. Da qui l’esatto opposto, nel segno dell’imperativo ‘minimo sforzo, massima resa’: etichetta propria, nessun filtro attivato al di là della questione alimentare, dischi su dischi su dischi, meno ispirazione più minutaggio, live registrati in presa diretta e via andare. Un loop che s’avvita e persiste, con esponenziale carogna, fino alla svolta che placa – in questo caso: consacrazione hollywoodiana definitiva per intercessione di Sorrentino, dopo qualche falsa partenza che aveva rimpinguato conto in banca e autostima solo momentaneamente (Almost Famous, Vanilla sky, Shopgirl), aumentando la carogna di conseguenza – da quelle parti si vive meglio, si incontra gente più interessante, i guadagni precedenti diventano spiccioli al confronto; annusare l’aria che tira, arrivare a credere di avercela fatta poi tornare nei bassifondi, unito a una personalità tra il passivo-aggressivo patologico e Asperger senza essere Steven Spielberg, questo il risultato.

La messe di colpi a vuoto, dissipazione, dischi sempre più improbabili e mettere in vendita la qualunque non conosce requie. Con una svolta inaspettata: per qualche imperscrutabile prodigio Benji nel 2014 riporta di prepotenza il nome sulle mappe che contano, folgorando simultaneamente sulla via di Damasco stampa di settore, vecchia guardia, ascoltatori casuali, chiunque. Parrebbe l’alba di una nuova era. Il suono si asciuga allo stesso modo in cui il brodo si allunga, i testi grandinate di parole il cui senso risiede nel grado di interesse che si è disposti a provare sentendo cazzate a raglio come dopo avere iniettato una dose massiccia di pentothal in vena a un ergastolano. La scritta sul retro di Bloody Kisses dei Type O Negative conosce un corrispettivo sonoro reale. O forse non fa più per me ma comunque non riesco a smettere di guardarlo questo film. O entrambe, o nessuna.

Poco più di di un anno dopo a ribadire, a spostare l’asse sul prossimo livello. Universal Themes la sua personale Prolisseide, con una sostanziale differenza: Kozelek non è Andrea Pazienza (e Sorrentino non è Devid Boiv). Per uno che sostanzialmente scrive quello che gli è successo, come portare per la prima volta al luna park un bambino. Mancano però il materiale umano e la testa in fiamme per saperne rendere conto. Conseguenza: l’elenco di personaggi famosi che lo hanno conosciuto è sterile, inane, interessante quanto la lista della spesa di un estraneo. Come Gassman quando declama gli ingredienti delle merendine ma credendoci sul serio. Nel complesso è fatto abbastanza bene di testa ma i particolari sono scarsi, come Jacopo Fo secondo Pazienza. Manca giusto qualcuno che lo pesti come ET a kendo.

Nel 2016 in dialogo con Justin Broadrick per dare in pasto altra inanità a chi ci crede; molti gli spunti di riflessione, tutti strettamente collegati a concetti quali tirare la carretta al fienile, Franza o Spagna purché se magna, cecità sordità ma non mutismo, alla base il rifiuto di farla finita unito alla cronica incapacità di rapportarsi con il presente (da entrambe le parti). L’amicizia angloamericana trova infine sbocco in un disco condiviso dopo anni di io registro-tu pubblichi, cover improbabili e attestati di stima si direbbe unilaterali; poco importa la dinamica, la sostanza quella resta. Globalmente l’ennesimo contributo a un quadro generale ormai da quel po’ configurato, solo un altro tassello in una storia che continua a cannibalizzare il passato bruciando il presente, a incarnare una fase di stallo che sembra durare all’infinito, cristallizzando il tempo, deformando lo spazio in un lungo rettilineo senza scosse che in un niente porta al finale di Soylent Green però dal vero.

 

la Lambada

La prima festa delle medie della mia vita si svolge a casa della Serena. Siamo due sezioni e qualcuno dovrebbe limonare con qualcun altro, così è una festa con due classi (la B e la C). dicono che la Sara sa ballare la Lambada e a un certo punto diventa imperativo trovare il nastro, perché a quanto pare ballare la Lambada è una cosa ai limiti del porno. I nostri fratelli maggiori non sono utili a reperire il nastro, ma Gabriele dice che sua cugina l’ha comprato e può doppiarlo. La riesce a rimediare il giorno stesso, un sacco di storiacce logistiche per riuscire a portare quella cazzo di cassetta alla festa. La probabilità che io riesca a limonare stasera è pari a quella che Vasco Rossi si presenti alla festa, ma passo comunque un’ora abbondante a scegliere i pantaloni e la maglia da mettere. Gli altri, siccome sono il più piccolo, hanno manifestato l’intenzione di farmi ubriacare. La sera arriviamo tutti puntuali o in anticipo, le mamme hanno scoperto che qualcuno vorrebbe portare la birra e quindi si fermano a controllare che non ci siano alcolici. Tommaso riesce a portare un pacchetto di sigarette, a un certo punto escono fuori in cinque sei a fumare di nascosto. Quando rientrano si sente l’odore e alcune delle ragazze li guardano come se fossero dei tossici. Poi la Sara la Lambada si vergogna un po’ a ballarla davanti a noi, ma quel minutino in cui l’accenna per me è una cosa da infarto. Dopo la Lambada c’è la bottiglia (io capito con la Miriana che dice “che schifo” e si rifiuta), e poi si balla con la scopa (Margherita di Cocciante) e a un certo punto si fa un gioco col buio. Tapparella arriverà un sacco di anni dopo e la spiegherà piuttosto bene.

Immagino che la Lambada possa concorrere al titolo di peggior singolo di tutti i tempi. Non sapevo chi la cantasse fino a tre minuti fa, e anche ora credo dovrei fare copia incolla, ma dicono che sia stata trovata morta carbonizzata dentro una macchina. Brutta fine.

Mancarone.

From enslavement to San Junipero

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Mentre metto mano a queste righe impazza ancora la frenesia per l’ultima stagione di Black Mirror, uscita qualche settimana fa su Netflix. Black Mirror, creata da Charlie Brooker, è la serie TV giusta per eccellenza, quella di cui quando esce si parla più spesso. È fatta ad episodi autoconclusivi che hanno a che fare con un futuro prossimo che in qualche modo ha a che fare con lo svilupparsi della tecnologia, in salsa ultra-pessimista. Io personalmente non ci vado così pazzo, ma alcuni episodi sono effettivamente piuttosto suggestivi. La puntata più discussa ed amata dell’ultima stagione si chiama San Junipero e (senza fare spoiler) verte almeno in parte su una nostalgia 80s pop sguaiatissima, fatta di singolini di prima e seconda levatura, tutto guidato dalla ripetizione ossessiva di Heaven Is a Place on Earth come tema centrale.

Parlando di anni ’80 trucidi, Heaven Is a Place on Earth è senz’altro uno dei miei momenti preferiti. È uscita nel 1987 ed è senza alcun dubbio il pezzo più famoso e suonato di Belinda Carlisle, una specie di eroe minore del decennio: batterista dei Germs per due minuti, cantante delle Go-Gos e poi solista. Non posso dire di essere un cultore della cantante ma con Heaven is a Place on Earth ho uno strano feeling, la usavo spesso quando suonavo dischi e nell’ordine generale delle cose diciamo che la sento un po’ più mia della media degli standard del poppone anni ottanta. Nell’ordine generale delle cose riesce a mantenere quel genere di decadenza epica che mi esalta quando ho voglia di party music.

(il testo è come Il cielo in una stanza ma con più cazzo)

Non so se vi capita mai di abboccare all’amo della cultura musicale nelle colonne sonore di film o serie TV, ma in certi casi la scelta di un particolare pezzo può far partire tutto un discorso di appartenenza e identificazione che inizialmente, nel testo originale, non sembra essere incluso. Un esempio che mi riguarda è ad esempio quando alla fine di Serendipity parte Northern Sky di Nick Drake, in maniera un po’ traditrice: per questioni di biografia e gusto personale ho ingigantito l’accoppiamento musica/immagini fino al punto che Serendipity oggi è uno dei miei film romantici preferiti (e io amo i film romantici). La stessa cosa ad esempio può succedere quando ascoltate Washer degli Slint in una puntata di 1992 (l’anno scorso ci fu spazio anche per questo dibattito). Nel caso di Black Mirror c’è una specie di mutua alimentazione: la ripetizione pedissequa del singolone di Belinda Carlisle ha reso in qualche modo indimenticabile San Junipero, ma il successo di San Junipero ha generato il successo di una playlist Spotify omonima, compilata da Charlie Brooker in persona, con dentro sia le canzoni contenute nell’episodio che una manciata di altri singoli che vanno a coprire la stessa sfera ideologica, in uno di quei gloriosi ritorni degli anni ottanta che per un motivo o per l’altro ci becchiamo da vent’anni su base semestrale.

Una cosa curiosa: mentre guardavo San Junipero mi è capitato di ripescare un articolo scritto da Nur Al-Habash, “Ai consigli musicali degli amici preferisco quelli dell’algoritmo di Spotify”. Nur è la caporedattrice di Rockit, se non la conoscete, oltre a una delle più grandi sostenitrici della diffusione-per-algoritmo della musica tra chi scrive oggi in Italia. L’articolo è una riflessione piuttosto seria sull’evolversi del gusto musicale: in un momento storico nel quale i singoli ascoltatori continuano ad accumulare -in modo quasi sempre acritico- un quantitativo di informazioni musicali così esteso da rendere quasi impossibile qualsiasi grado di assimilazione, Spotify e gli altri servizi di diffusione della musica ci sottopongono per la prima volta ad una realtà dei fatti nella quale un sistema di algoritmi può tracciare il nostro gusto personale e guidarci nell’ascolto, per giunta con risultati assolutamente proficui. In altre parole, la nostra identità musicale oggi dipende, almeno in parte, da un algoritmo. Se l’articolo fosse stato scritto da qualcun altro, e magari un anno prima, avrei optato per mandare affanculo tutti e bollarlo come stronzata da principianti che non hanno idea di quale sia il reale valore della musica; a conti fatti, invece, la teoria di Nur è abbastanza convincente, o comunque fa riflettere.

È interessante la dicotomia tra le due visioni di Spotify nelle due cose che ho visto sopra. Nel primo caso l’operazione post-San Junipero si serve di Spotify come interfaccia per ri-celebrare il pop scaciato degli anni ’80 senza più vergogna alcuna (peraltro il tutto in mano agli autori di Black Mirror, che nel linguaggio comune è diventato sinonimo di distopia), cioè –in altri termini- Spotify diventa l’aggregatore di una coscienza di classe e fornisce ad essa una plausibile colonna sonora “definitiva”. Nel secondo caso, Spotify assume con un certo entusiasmo il compito di (pre)intelligenza artificiale responsabile della nostra crescita individuale come ascoltatori. Un impero dei sensi costruito sia sullo sfruttamento delle onde di consenso che su una concezione elastica dell’you might also like, in cui le tendenze di personalizzazione e spersonalizzazione continuano ad alternarsi come pazze. Che prevalgano l’una o l’altra, lo scenario sembra sempre più avvicinarsi a quello di un viaggio all’interno di una macchina col pilota automatico inserito.

Se ci pensate era uno dei principali incubi del consumatore di nicchie musicali da internet in poi: l’idea di poter reperire tutto a costo zero, pensavamo, porterà allo svilimento della musica ed al nostro disamoramento nei confronti della stessa. All’atto pratico, lo svilimento e il disamoramento somigliano molto a questa cosa qui: una routine nella quale la musica diventa qualcosa di immanente a cui tutti si relazionano in modi differenti e perlopiù non-allineati. Quelli della mia generazione ci stanno facendo i denti ogni giorno che passa, e molti non sono ancora pronti ad accettare questo percorso di de-esoterizzazione, questa parabola che sembra mirata a togliere in via definitiva alla musica il ruolo di aggregatore sociale. Già oggi, per dire, un amante di Steve Reich non è più necessariamente un nostro amico a prescindere (e tanto per dire tempo fa ho letto un articolo su Pitchfork secondo il quale, tra i pubblici estimatori di Steve Reich, c’è anche Donald Trump). Quello che non ci aspettavamo è che la fine del ruolo sociale della musica la potesse rendere, quasi in automatico, uno strumento necessario a definire l’individualità personale. Parafrasando: mai come ora siamo la musica che ascoltiamo, anche se all’atto pratico siamo ognuno una cosa diversa.

La cosa più eccitante di tutta questa ripersonalizzazione è che ci costringe a mollare ogni certezza acquisita e ripensare daccapo la nostra condizione di ascoltatori di musica. Del resto, da quanto tempo non parlate con un talebano di qualche sottogenere? Da quanto tempo non parlate con qualcuno che ascolta, per partito preso, solo rap? Passato il concetto generalizzatore della musica (la musica è una), nel 2017 possiamo ridefinirci attraverso un percorso dell’ascolto sempre più personale, individuale e volendo anche individualista. Comunque, in ogni caso, un percorso che segue traiettorie perlopiù incomprensibili agli altri esseri umani ma tracciabili con teorie digitali affastellate l’una all’altra.

La seconda cosa più eccitante è che, a quanto pare, la somma finale è Belinda Carlisle.

(questo pezzo è già stato pubblicato, in forma totalmente diversa, sul numero di dicembre di Rumore)