100 canzoni italiane: AGOSTO

 

Da bambino, agosto era nient’altro che la prosecuzione di luglio, il che significava altri bagni al mare, altre partite in doppio a Double Dragon o Golden Axe o Joe & Mac o (inserire nome di videogioco scrauso che oggi manco con gli emulatori) e prima e dopo fomentare gli altri che giocavano; altri gelati Eldorado con nomi, forme e colori da oltraggio a ogni tipo di umana decenza ingurgitati senza soluzione di continuità, panini bisunti a pranzo e dover stare all’ombra a guardare l’orizzonte aspettando che passasse un’ora per buttarsi in acqua di nuovo.
Crescendo i cambiamenti non sono stati poi così sostanziali: si limitavano a cabinati diversi al bar, partite che costavano 500 lire invece che 200, gruppi via via sempre più improponibili nel walkman (o, quando ero più grandicello, nel Discman), film diversi nelle arene estive, non molto altro. Settembre era peggio ma c’era tempo per farsene una ragione, non era ancora il momento; finché era estate, era estate.

Poi è arrivato il periodo in cui agosto corrispondeva all’inizio della fine di una seccatura – le giornate iniziavano ad accorciarsi, faceva via via sempre più fresco la sera – il preludio a un’altra seccatura: lunghe mattine a scaldare la sedia in attesa del suono della campanella, e poi ancora, giorno dopo giorno quasi sempre. Il caldo mi dava da fare, con il freddo andava leggermente meglio, ma di poco; scansare le persone mi dava da fare, stare al mondo mi dava da fare. Il mare aveva perso qualsiasi attrattiva, per anni nemmeno mi ci sono avvicinato; spiaggia o asfalto nessuna differenza per me; anzi, tra le due, meglio l’asfalto. Ogni autunno dicevo a me stesso di resistere fino a primavera; ogni primavera dicevo a me stesso che l’autunno sarebbe stato bellissimo. In tutto questo i Diaframma c’erano dentro comunque, di fisso. Li avevo scoperti quando erano famosi, locandina di un concerto incollata al muro di una strada che facevo ogni giorno per andare e tornare da scuola, anni prima di cominciare effettivamente ad ascoltarli: la copertina di Da Siberia al Prossimo Weekend. La vedevo tutti i giorni, due volte al giorno, mentre il tempo delle elementari scorreva inesorabilmente lungo i bordi il frangettone di Fiumani stava sedimentando dentro la mia testa. Per via di quell’imprinting ricevuto in tenerissima età, per me i Diaframma sono stati fin da subito un dato assodato, una certezza più granitica di molte altre.

Per qualche tempo avevano viaggiato in prima ma non era durata, non poteva durare. Quando il carattere è quello che è e non si conoscono vie diverse dal parlare chiaro, più persone con cui dover avere a che fare eleva la probabilità di scazzi oltre i bordi dell’infinito; meglio tenere il piede in quante più scarpe possibile, c’è chi fisiologicamente non è portato. E infatti: da Ricordi all’autoproduzione il passo è breve quando non si sa tenere a freno la lingua (per litigare, non per leccare). La discesa è stata inesorabile. Intanto Videomusic continuava a mandare regolarmente in onda i loro video: Siberia, Diamante grezzo, Paternità. Il primo aveva acceso in me da qualche parte tra il cuore e lo stomaco una fiamma che non avrebbe più smesso di ardere; certo a differenti intensità, comunque sempre allo stesso posto. Come un’altra costante: negli anni novanta trovarla, la roba a nome Diaframma, era un casino. I dischi dovevo ordinarli per posta da un distributore napoletano che teneva soprattutto techno e metal e sarebbe fallito poco dopo l’uscita di Sesso e Violenza. Da lì in poi ero perso. Sarei stato perso.

Nella città balneare che hanno dimenticato di bombardare c’era un negozio che forse più di ogni altro ha significato per me formazione. Vendeva dischi che erano dischi, fanzine che erano fanzine (alcune in VHS, roba assurda già da mo’ sepolta nelle sabbie del tempo), una marea di vinili usati in tempi in cui il vinile veniva considerato poco meno che patetica anticaglia residuale. Non bastasse, teneva in consultazione un archivio di riviste il cui solo effetto collaterale sul lungo termine è stato abituarmi troppo bene: lì ho sfogliato Bassa Fedeltà, Dynamo!, Rumore con i Nine Inch Nails in copertina e recensioni degli ultimi di Burzum, Brutal Truth e Breeders nello stesso numero convinto che quella fosse la prassi, lì ho comprato a un prezzo farsesco il doppio vinile di Warehouse senza sapere cosa fosse, semplicemente perché attratto dai colori. In un certo senso la vita me l’ha salvata, per poi rovinarmela successivamente con Down Colourful Hill preso usato in occasione delle festività natalizie, altra storia. È lì che ho visto per la prima volta Scenari Immaginari.

I Diaframma erano Federico Fiumani e così sarebbero rimasti: un disco ogni tot, concerti, altro disco, altri concerti, e via così. Non era più un evento un nuovo disco dei Diaframma, piuttosto un tassello in una strada di cui non si intravede la fine, un pretesto per continuare a far girare il nome; ai concerti le stesse facce con più primavere, più rughe, ogni tanto qualche novizio che quasi certamente sarebbe rimasto. Scenari Immaginari si inserisce nel flusso, ne fa parte, senza minimamente sforzarsi di andare oltre la funzione di raccordo tra quello prima e quello dopo. Il primo pezzo si intitola Agosto e parte con il turbo già innestato, un avvio che è l’equivalente di un pugno nelle orecchie difficile da razionalizzare a prima botta, in un certo senso la precognizione della deriva satiro-paccianesca che l’infinito canzoniere di Fiumani avrebbe imboccato in tempi più recenti (Francesca 1986, Mi sento un mostro e via deliziando):

Agosto, voglio chiudermi in casa con duemila giornali porno
sono tante e tali le posizioni che non conosco! (proprio così, col punto esclamativo finale)

Parole che oggi non hanno più alcun senso – già ne avevano poco allora, se non come ricordo di un ricordo per chi aveva un’età da cui ero ancora parecchio lontano. Da ragazzino, nel solaio in un casolare di anziani parenti di un amico delle medie, avevamo scovato un vecchio fotoromanzo in bianco e nero, protagonisti Cicciolina attorniata da uccelli turgidi. Angolature psichedeliche, trama pseudo-gialla, personaggi che parlavano attraverso i balloon come nei fumetti ma dicendo zozzerie. Era roba torbida, sgranata, materiale da sega come poteva esserlo nei primi ottanta in un paese disperso nella brughiera dove non c’era neanche il cinema. Quella è la mia personale definizione di giornale porno; la parte poetica, artistica, l’ho persa tutta. Non sono nato in Francia, Gabriel Pontello lo conosco solo di fama, un nome che ho letto chissà dove, comunque quando l’era aurea era già tramontata da un pezzo anche qui. Le VHS andavano forte, la carta per quel genere di pubblicazioni stava scomparendo. In edicola, di giornali porno c’era Video Impulse e riga, il resto relegato nell’angolo dei depravati nella zona più losca e nascosta dove non ho mai avuto il coraggio di mettere piede – o i manga, di cui mai mi è fregato qualcosa.

Comunque l’immagine rende l’idea, prepara il terreno. Nelle righe successive si dispiega l’essenza del pezzo, gradatamente, fino a trovare pieno compimento nel liberatorio finale: Fate come me, ripetuto a oltranza, come a convincersi, fino a convincere davvero. La messa in parole e musica di uno stato mentale comune a chiunque sia rimasto dove sta di solito mentre tutti gli altri sono in vacanza da qualche parte lontano, con una conclusione inaspettata. L’opposto speculare di Caldo, dove invece le condizioni atmosferiche portavano a uno spostamento (certo infruttuoso, frustrante, ma intanto muoversi, andare da qualche parte non importa l’esito). In Agosto succede l’esatto contrario: chiudersi in casa un gesto volontario, pienamente consapevole, avvantaggiarsi nel tempo che manca ad un altro inverno, senza una meta, senza programmi da onorare. Il senso di isolamento diventa liberazione, la liberazione che si prova nel sentirsi completamente risolti.

Agosto è il pezzo perfetto per il mese da cui prende il nome. È universale, perché comunque sia andata per chiunque arriva sempre il momento in cui tornare alla base, inevitabilmente prima del 31 coincide con la certezza di non essere stati, in fondo, in nessun posto, in tutti i casi essere tornati esattamente da dove si era partiti. E allora a quale scopo brigare: chiudersi in casa, con o senza giornali porno, diventa a quel punto un’opzione da considerare per la prossima.

Ne ha scritti di pezzi in cui è fin troppo facile rispecchiarsi Fiumani, a valanghe; di tutti questo è il più carogna, il più inderogabile. Siberia suona diverso se ascoltato a vent’anni o a quaranta; Agosto no. Agosto è sempre lì, indistruttibile, immutabile come la stagione; in agosto fa caldo e si va da qualche parte, fanculo le metafore e via di mete altrimenti inaccessibili, compensazione e device sempre accesi.
Nel frattempo è uscito un altro pezzo con lo stesso titolo che ha colonizzato l’immaginario di chiunque con la canzone italiana abbia intrattenuto rapporti che vadano quel minimo oltre esami comprati all’università (ma comunque Sanremo se lo ciuccia ogni anno), e dell’Agosto di Fiumani – per non dire di quello politicamente consapevole di Lolli – è stata arata via ogni traccia da qualsiasi mappatura spaziotemporale. Ma dal 1998 in poi, ogni estate che Dio manda in terra, è a questa Agosto che ritorno.

Limitante

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(Any Other, 10 agosto 2016, Hana-Bi. La foto è scattata prima che cominciassero ed è sfocata ma giuro che erano loro)

La settimana scorsa, su un sito di cinema nel quale scrivo sotto pseudonimo, abbiamo parlato di una serie TV. Mi è scappato detto che è “una delle mie serie preferite di sempre”: una persona, nei commenti, ha obiettato che questo genere di frasi roboanti tolgono molto piacere alla lettura -poi magari la serie te la vai a guardare e scopri che è una cosetta da sei e mezzo che è piaciuta solo a me. A mia parziale discolpa, quando lo scrivo lo penso davvero. Non riesco a pensare ad altro e lo devo scrivere, in qualche modo: in questo particolare momento, nella mia vita, questa cosa ha tutta l’importanza del mondo. Domattina dovrò comunque alzarmi e comprare il pane, prenotare delle analisi o occuparmi di qualche altro problema di questo tipo. Di concerti come quello che ho visto stasera ne avrò visti mille: gruppi basso-chitarra-batteria che suonano da fermi e fanno solo le loro canzoni. Durante il concerto non è successo niente di speciale, non si è menato nessuno, la gente non faceva i cori, il bassista non ha collassato a terra ubriaco. Hanno suonato una mezz’oretta le canzoni del loro disco, non si muovevano, non c’erano i video, lei non ha spiaccicato parola. Di piccole magie come quella che è successa stasera, anche quelle, ne ho viste capitare a centinaia. Il gruppo parte un po’ timido e ingrana subito e suona da dio e le persone davanti, che prima erano cinque, adesso sono venti -e tra due pezzi saranno cinquanta, e in tanti smettono di chiacchierare anche se sono venuti a vedere L’Orso che suona dopo, e alla fine delle canzoni applaudono tutti e qualcuno urla e la gente sta bene. Il gruppo non ha fatto niente di particolare perchè succeda, ha tenuto la testa bassa, ha continuato a suonare le sue canzoni, niente di clamoroso. Certo, sono belle canzoni e le hanno suonate bene. Adele sembra fatta per star lì a morire d’imbarazzo con la sua chitarra, e quel filo di voce che in realtà è potentissima e perfetta e ogni tanto urla come una pazza e poi deve cantare una parte sussurrata ma le prime note vanno un po’ a puttane perchè ha spinto troppo sulla voce. Forse posso trovare un dato statistico che riesca a differenziare questo concerto da tutti gli altri che ho visto, e lo riesca ad inserire ragionevolmente nel mio percorso di crescita personale -magari è la prima volta nella vita che rimango stregato da un gruppo di persone che hanno la metà dei miei anni, che letteralmente sono troppo giovani anche per essere i miei fratelli minori. Ma le iperboli funzionano bene solo se hai un briciolo di coscienza di cosa stai dicendo, e di chi sono le persone a cui parli. Quelli che vanno a vedere questi concerti hanno smesso da tempo di cercare l’insolito o il soprannaturale.

Un’altra cosa che ho letto questa settimana era sul fatto che oggigiorno esce troppa musica, che è quasi tutta mediocre e i giornalisti musicali non riescono più a starci dietro. L’ho trovato odioso, quando l’ho letto così, e non ho molti controargomenti -è odioso e basta. Poi magari anch’io cerco di non farmi coinvolgere nelle dinamiche promozionali della rece e dell’intervista e dello streaming, e anche qui posso giustificarmi solo dicendo che, insomma, non è il mio lavoro e ci ho messo fatica e impegno per far sì che non lo sia. Quello che ci ho guadagnato in cambio è il privilegio di poter ancora assistere a un concerto piccolo piccolo che mi faccia venire la pelle d’oca, e sentire il bisogno di tornare a casa a scriverci sopra che ancora il concerto non è finito. È successo centinaia di volte ed è sempre bellissimo, è una cosa che mi tiene in pace con me stesso e credo sia il motivo per cui continuo a farlo. Come faccio a dire di cosa si tratta di preciso? È musica. A volte va male, a volte va bene, a volte viene voglia di partire con le iperboli e chi ti legge deve avere la malizia di fare la tara. Concerto della vita.

“Qualcuno in questa stanza ha pestato una merda”

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Una volta al liceo tornavamo dalla gita, e a un certo punto dentro il pullman s’è iniziata a sentir puzza di merda di cane. Era una situazione di merda, perchè eravamo già in autostrada per il rientro e fermarsi non era cosa naturale, e in effetti non si capiva manco da dove venisse. L’ipotesi, in ogni caso, era che qualcuno avesse pestato una merda fresca e fosse salito senza accorgersene. Insomma, tutti si sono guardati sotto le scarpe e hanno detto “ io non sono”. Una sola persona aveva detto una bugia, o non aveva guardato attentamente: sta di fatto che c’era voluta mezz’ora abbondante per trovare da dove venisse la puzza e costringere il coglionazzo/bugiardo a pulire le scarpe in qualche maniera e metterle in un posto che non puzzasse.

Questi giorni l’avete letto un milione di volte: “quando Carlo Conti fu nominato direttore artistico di Radio Rai, sapevamo tutti che sarebbe arrivato questo momento”. Carlo Pastore parla dell’imminente chiusura di Babylon il 24 luglio, che finisce la stagione qualche giorno dopo. È del 31 il messaggio di ringraziamento su Facebook. Un paio di giorni dopo Dagospia butta fuori un flash secondo cui Carlo Conti ha “silurato” Lillo e Greg, un’istituzione del palinsesto da più di dieci anni, e sta spostando Caterpillar a un orario meno trafficato. L’indiscrezione è confermata da Lillo stesso, che La chiusura di MU, dopo qualche indiscrezione, viene confermata da Matteo Bordone, che è anche il primo a parlare -senza mezzi termini- di incompatibilità tra la sua trasmissione e la rivoluzione promessa da Conti.

Passo indietro: la nomina di Carlo Conti a “direttore artistico” di Radio Rai (una carica creata sostanzialmente ad personam) è annunciata il 9 giugno. L’idea di tutti è che la radio pubblica è destinata a subire la stessa metamorfosi che era toccata al Sanremo di Fabio Fazio una volta subentrato Conti. Le intenzioni di Conti vengono esplicitate da lui stesso in un’intervista ad Avvenire che esce venti giorni dopo: “La vera sfida è ricollocarla un po’ un po’, riconquistare la generazione dei quaranta-cinquantenni abituati ad ascoltare la radio privata e che si sono allontanati dalla Rai. Negli anni le private si sono rafforzate, sono diventate sempre più professionali, i grandi network lavorano benissimo e hanno una fortissima identità”. Meno chiacchiere, più musica, più disimpegno, una politica diversa per le selezioni. I modelli non dichiarati sono le RTL 102,5 del caso, una sorta di spauracchio della FM di qualità. Da questa parte tira un articolo (insolitamente leggibile) scritto da Michele Monina e pubblicato il 14 giugno su Linkiesta, in cui il giornalista legge la nomina del presentatore toscano come l’ennesimo passo verso la creazione di un’oligarchia de facto del pop italiano, manovrata da boss machiavellici come Maria de Filippi, Salzano di Friends&Partners o Lorenzo Suraci di Rtl 102.5 (grandi amici o partner in crime di Conti da tempi lontani). Da una parte sembra un’interpretazione un pelo forzata: è vero che questa gente bosseggia un sacco in giro, fa comunella e tende ad espandersi in maniera aggressiva e saturare i canali major con gli artisti che hanno sotto contratto, ma dall’altra parte, nonostante i numerosi avvistamenti, nessuno crede davvero all’esistenza di Bianca Atzei.

Il giorno successivo, dopo la conferma di Lillo, si scatena un pandemonio sui social e Radio2 smentisce la chiusura di 610 la sera stessa, parlando di “una nuova versione del programma”. La petizione su Change per tenere aperto Babylon, lanciata il giorno prima, sta sui 1500 firmatari, e sono usciti articoli tipo questo che denunciano provincialismo e arretramento culturale dietro la chiusura del programma di Pastore.

(è tutto un po’ paradossale se si pensa che la prima comparsa di Carlo Pastore (a quei tempi ex-vj di MTV e fresca guest-star di X-Factor, in altre parole un volto televisivo giovane e hip) nel palinsesto di Radio2, mentre venivano cancellati programmi come Dispenser, venne accolta da molti commentatori con la stessa sfiducia e lo stesso malumore, e generò una piccola ondata di scandalo e insulti, a cui all’epoca credo di aver partecipato anch’io -insulti che, va detto, Pastore è riuscito a infilare elegantemente su per il culo dei detrattori, realizzando un programma di ottima qualità che s’è permesso di ospitare gente figa, incrociare bene lo spirito del tempo e non fare addormentare la gente)

La chiusura di Mu sembra essere la goccia. Esempio perfetto una nota pubblicata da Christian Raimo su Facebook il 3 agosto: “Il motivo è semplice: erano due trasmissioni molte ben fatte (…) portavano in radio quello che non ti aspetti. Erano, nel senso migliore, servizio pubblico.

Conti, l’ha detto e sostenuto, vuole che la radio assomigli di più a quella specie di sottofondo bimbiominkiesco che sono Rtl e Rds, hit del momento e cazzeggio continuamente interrotto, il grado zero della stimolazione neurale.“ Al di là del tono sprezzante, è un’idea condivisa da molti commentatori, soprattutto a caldo: c’è un’altra Italia, popolata di bimbominkia che ascoltano RTL, che Radio2 era riuscita a tenere miracolosamente lontana dall’airplay -e magari aveva anche portato qualcuno ad un ascolto consapevole. La nomina di Conti ha messo in chiaro che da qui in poi il bacino dei bimbominkia non può più essere ignorato, e anzi deve essere blandito, financo incluso nel processo produttivo. Un articolo di Andrea Coccia (stesso giorno) su Linkiesta sposa la stessa tesi disfattista, in relazione alla chiusura di 610 (che in realtà a giudicare dalle ultime notizie sembra più un reboot in qualche altra fascia, lo stesso che a quanto pare sta accadendo a Caterpillar). L’articolo di Coccia cita un editoriale di Grasso, che può essere considerato la fonte letteraria di maggior rilievo a supporto della tesi secondo cui Carlo Conti è il più fastidioso e incapace presentatore della TV odierna.

Il 3 agosto, insomma, è un tiro al piccione. Sono idee che hanno sempre pascolato per i cervelli della classe intellettuale italiana, in modo abbastanza bipartisan -un po’ Lenin, un po’ Bertrand Russell, un po’ Boris stagione 3. Soprattutto l’ultima è suggestire nel descrivere lo scenario: un network in cui lo spettro de la qualità ha imperversato per anni d’improvviso viene isolato e messo in mano a colui che più di tutti, in questo paese, negli anni recenti ha incarnato LA LOCURA. E poi c’è tutto il discorso sull’isolare le persone capaci per premiare l’incapacità. Il mindset della classe intellettuale contemporanea è particolarmente incline ad accogliere idee del genere: sono le stesse alla base delle tesi che nel 2016 si permettono senza problemi di questionare il suffragio universale: la percezione di una catastrofe politico/sociale imminente ed invisibile alla gente, che richiede necessaria la repentina estromissione del popolino dalla produzione intellettuale e l’affidamento delle sorti del paese ad un’elite di educatori. Ricorda tutto un po’ il monologo di Fabio Fazio all’inizio di Sanremo 2014, che parlava in qualche modo de “la bellezza” come atto politico e forma di eroismo -mentre un paio di operai minacciavano di buttarsi dal tetto dell’Ariston e Ligabue massacrava Creuza De Ma’ (non a caso Fazio a Sanremo venne sostituito da Carlo Conti). Quando il ragionamento è arrivato a questi termini, in ogni caso, tocca iniziare a pensare di aver pisciato fuori dal vaso.

Il giorno 3 inizio a scrivere un articolo che parla più o meno di questa cosa, e di altre che non ho letto in giro. Lo consegno alla redazione di un sito con cui collaboro la sera del 4, dopo essermi accordato sulle direttive. La pubblicazione è fissata per il 5 dopo pranzo.

Passo la mattina a lavorare ed è solo a tarda ora di pranzo che leggo la nota pubblicata su Facebook da Carlo Conti. Nella quale il direttore artistico di Radio 2 si scarica di dosso la responsabilità sui cambi di palinsesto (il compito del direttore artistico di RadioRai non è comandare o imporre o eliminare ma suggerire e coordinare lavorando con i singoli direttori di rete, i soli che hanno la responsabilità editoriale“), si lamenta della scarsa accuratezza delle notizie pubblicate (“basta una telefonata ai diretti interessati per sapere come stanno veramente le cose”) e smentisce categoricamente la cancellazione dei programmi. “Per la cronaca sia Mu che babylon sono regolarmente in palinsesto su radio2“, dice esplicitamente.

Continuo a guardare il post sul telefonino con una faccia da scemo. Sulle prime penso a una gag, ma la pagina è verificata. Scrivo al tizio del sito e gli dico di bloccare l’articolo. Chiedo a qualche amico che ne sa più di me, ma nessuno mi sa dire che cosa stia succedendo. Dopo qualche minuto è chiaro che chiunque a parte i direttissimi interessati (che non conosco personalmente) brancola nel buio più totale. Il mio articolo in ogni caso è morto e sepolto, e per diverse ore non riesco a far altro che aggirarmi bestemmiando all’interno del mio palazzo mentale in cerca da qualcuno da uccidere a colpi di roncola per questa cosa.

Ancora adesso non si sa niente di preciso. Lillo, Pastore e Bordone hanno confermato le epurazioni senza mezzi termini, così come Conti le ha negate. Ora sia Pastore che Bordone hanno confermato il contrordine e la messa in onda dei programmi -implicito lo smarrimento tra le righe di entrambi, sembra nessuno abbia capito bene cosa sia successo. Le ipotesi plausibili sono tante, ma nessuna convince fino in fondo. La prima è che ci sia stato effettivamente un malinteso, tra i direttori di rete e lo staff dei programmi, ma in realtà nel caso sarebbero come minimo tre malintesi uguali (cioè sia lo staff di 610 che quello di Babylon e Mu hanno capito, erroneamente, di essere stati purgati). La seconda è che Carlo Conti, o chi per lui, si sia spaventato a sentire la giungla di insulti e articoli a commento delle chiusure e sia tornato sui suoi passi; ma nel caso avrebbe potuto semplicemente farlo senza dare dei bugiardi ai conduttori dei programmi e costringerli, magari, a sbugiardarlo. La terza ipotesi è che ci sia stata qualche manfrina da parte della rete, e i conduttori dei programmi abbiano denunciato delle chiusure per generare indignazione pubblica e usarla come leverage, ma almeno per Bordone mi sembra altamente improbabile. Dovendo scegliere, direi che si tratta di una cosa a metà tra la 1 e la 2: può esserci stata un’intenzione di chiudere i programmi, può esserci stato un malinteso, il modo in cui tutto è stato ricicciato fa un po’ schifo e qualcuno è destinato a far la figura del coglione.

Come dicevo all’inizio: sei chiuso in un pullman, si sente puzza di merda, è colpa di uno dei presenti. Invece di farsi avanti, continua una polemichetta. Fa molto piacere che Mu e Babylon rimangano aperti, ovviamente: sono bellissimi programmi. Ma in una prospettiva temporale di lungo periodo è probabile che ricorderemo tutta la faccenda come la più ridicola polemica mai messa in piedi in seno a Radio Rai: da qui in poi nessuno guadagna niente a rincarare la dose. E ovviamente, alla fine di tutto, sembra proprio che i più grandi coglioni in tutta questa faccenda siamo noi. Che abbiamo letto/scritto/sottoscritto, che ci siamo indignati e che abbiamo augurato ogni male possibile al primo direttore artistico della storia senza alcun potere decisionale.
(Ovvio, la merda l’avevo pestata io.)

100 canzoni italiane: SAPORE DI SALE

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Poi improvvisamente l’estate svaniva, da ponente arrivavano grandi nuvole grigie cariche di pioggia e gli odori acri della pineta si tramutavano in folate di vento freddo.

(Sapore di mare, 1982)

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Moltissimi di quelli che hanno provato a vivere un’estate senza fine ci hanno lasciato le penne in un modo o nell’altro, e questo comprende sia i tizi di Point Break che certi parenti lontani che si son comprati un monolocale a Tenerife coi soldi della pensione. La scomoda verità è che nessun organismo può permettersi di assumere quelle dosi di caipiroska al maracuja per più di due settimane, così la società si è inventata il rientro dalle ferie. Succede più o meno a metà agosto, ed è quasi sempre un pacco. La narrativa classica intorno al concetto di ferie è una fregatura: il subconscio umano la rifiuta in maniera sistematica. La favola dell’andare lì e riposarsi per due settimane al sole e vivere pazze avventure per svuotare il cervello e tornare rilassati in ufficio non ha mai funzionato fino in fondo, e incaponircisi fa solo male alla salute. Ci sono molti altri aspetti della contemporaneità che si basano sulla stessa narrativa: sesso promiscuo, droghe, alcolici, cibi grassi, concerti dal vivo e svariati altri, ma almeno in questi casi la narrazione ha iniziato a comprendere la lista di effetti collaterali collegati all’uso e all’abuso -hangover, malattie incurabili, colesterolo, depressione postcoito. Le ferie invece le affrontiamo tutti gli anni con la pia illusione di staccare, riposare o spaccarsi a merda. Qualcuno ci riuscirà, qualcuno no. Il morale di tutti verrà falciato dal tornare alle proprie faccende.

E dire che per arrivare ai primi di agosto stavo correndo da sei mesi.

Non è per niente un caso se le opere d’arte che parlano di estate lo fanno in modo malinconico, se hanno tutte a che fare con un’idea di fine quasi inevitabile e implicano la delusione del dopo. Un bacio dato appena prima dei titoli di coda vale sempre quanto un matrimonio, ma un bacio dato in estate ha una data di scadenza che è quasi implicita anche nei film, e tocca girare la minestra prima di nominare Fellini. Dicevo, l’estate. Ci sono posti deputati a viverla, in branchi di migliaia di persone assatanate che si spaccano ammerda e se va male postano pure le foto su instagram. Ho la fortuna o la sfortuna di vivere in uno di questi posti, la riviera romagnola: da qui le cose sono un po’ diverse perchè non è solo l’autobiografia, vedi arrivare qualcuno, senti le loro storie, una parte dell’ingranaggio è scoperta e sotto gli occhi dei passanti. Così qui giugno e luglio son mesi di preparazione in cui si tasta il terreno e ci si prepara a un’esplosione di gioia collettiva che, colpo di scena, prima o poi arriva anche se non come negli anni ottanta, e poi d’improvviso è passata e tocca di tornare a casa e ricominciare a lavorare, quasi sempre in lacrime. Le città si svuotano del traffico di chi alloggia e due terzi dei posti chiudono le serrande per nove mesi. C’è una canzone che parla più o meno di questa cosa.

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La prima volta che l’Italia sente parlare di Gino Paoli, un giovane cantautore di Genova, è per un brano intitolato La gatta. È una storia un po’ strana: Nanni Ricordi, direttore artistico e fondatore di Dischi Ricordi, s’innamora dei cantautori genovesi e ne porta quanti più possibile a casa sua. Gino Paoli ha venticinque anni a malapena e inizia ad incidere roba di scarsissimo successo; lo stesso La gatta viene accolto da sbadigli e indifferenza, ma dopo qualche tempo la canzone inizia a funzionare col passaparola degli ascoltatori e s’arrampica timidamente su per la classifica dei 45 giri. Nel ‘61 Paoli, firma Il cielo in una stanza, che arriva a Mina via Mogol, e diventa un pezzo grosso. Nei due anni successivi è scatenato: scrive per gente grossa, scrive per sé, infila successi, inizia la relazione con la Vanoni, suona costantemente in giro per l’Italia, comincia a bere, mette incinta la moglie, conosce Stefania Sandrelli ancora sedicenne, se ne innamora. Nel 1963 si prende una piccola pausa: Paoli e il suo gruppo suonano in un locale a Capo d’Orlando. I proprietari del posto li invitano a fermarcisi per due settimane, una casa deserta in una spiaggia deserta, dice lui, che in vacanza scrive una canzone e la chiama Sapore di sale.

Nel frattempo Nanni Ricordi è stato silurato dalla sua etichetta, che lo sostituisce andandosi a prendere il direttore artistico della RCA italiana, Vincenzo Micocci. L’etichetta, privata del suo uomo di punta, assume proprio Nanni Ricordi. Il primo effetto del cambio d’etichetta è il trasferimento da un’etichetta all’altra di un gruppo di fedelissimi, tra cui appunto Gino Paoli. E se è vero che un’etichetta vale l’altra, in RCA gli arrangiamenti delle canzonette in quel periodo sono affidati ad un compositore trentaquattrenne di nome Ennio Morricone. Il quale non ama particolarmente lavorarci, o comunque tende a caricarle di pillole avvelenate e mini-sperimentazioni. Per Sapore di sale il maestro si orienta su un giro di basso teso e squillante, appoggiato a delle rullate di batteria che sembrano un po’ una marcetta militare, con gli archi sotto e i campanellini che fanno il verso alle parti cantate -a un certo punto c’è anche un assolo di sax (Gato Barbieri, nientemeno) a fare da contrappunto. Nel complesso sembra una presa per il culo, e probabilmente in una certa misura lo è. Ma l’unione tra parole melodia e arrangiamento crea uno di quegli equilibri impossibili che rendono immortali certe canzoni.

Sopravvivere ad agosto, dicevamo. Nell’anno 2016 è un’arte sottile che passa attraverso una serie di prassi rituali, cristallizzatesi lungo gli ultimi anni fino a somigliare a qualsiasi altra routine provinciale. Il primo del mese tutti i fanatici di musica postano sui social il video di Agosto dei Perturbazione, o due righe contro quelli che postano Agosto dei Perturbazione; il 2 commemoriamo la strage di Bologna, qualcuno s’allunga fino a quella dell’Italicus il giorno successicco. Poi la gente più o meno inizia ad entrare nel mood vacanziero e si divide tra quelli che si riposano, quelli che si Spaccano Ammerda e quelli che si rintanano nell’antro più oscuro e disperato a loro disposizione -il mio preferito è un documento google drive che ho chiamato RUMENTA e contiene stralci di robe che ho iniziato a scrivere e non sono mai riuscito a finire; ogni tanto ne prendo uno e lo uso come base concettuale per scrivere qualcos’altro che nella maggior parte dei casi non quaglia lo stesso, e adesso che ci penso è un’altra metafora di agosto. L’estate, dove vivo, richiede impegno e serietà. Ho memorie di un passato che non somigliava ad oggi. Quando ho iniziato a frequentare Ravenna, intorno al ‘96, m’accorgevo del gap tra estate e resto dell’anno. Le persone si rintanavano in casa per nove mesi, poi uscivano cariche a molla e si sfondavano di birra per un trimestre. Finivano la stagione tutti esausti e pronti a tornare in letargo, e nel complesso sembrava un ecosistema sostenibile. Le variazioni di anno in anno erano micro-variazioni: ci si sposta da un locale all’altro, da una zona all’altra della stessa città; ogni tre o quattro anni cambiano il genere musicale ed il cocktail di riferimento -a volte hai fortuna, altre volte no. Ora in giro funziona un sacco la caipiroska al maracuja, dicevo. Urgh.

Da bambino invece mio babbo mi portava al mare. Partivamo la domenica mattina, si passava dal bar di Case Castagnoli a trovare i suoi amici e poi giù a Cesenatico passando dai paesini dietro, lui guidava un’Alfetta grigia a cui teneva più che a qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Portava dei pantaloncini da mare color panna con una fantasia fiorata e i baffoni rossi che anche oggi non sono ancora tornati di moda. Facevamo il bagno assieme e teneva le chiavi attaccate alla catenina d’oro che portava al collo. Nella mia percezione le spiagge erano tutte vuote, le strade erano tutte polverose e il principale problema era capire dove mettere l’autoradio una volta estratta. L’acqua del mare sembrava piscio, grossomodo come adesso. Credo di essere stato felice di andarci, e per semplificare credo lo fosse anche lui. Quando sei bambino agosto è un concetto che non ti tocca nè in positivo nè in negativo -funziona tutto con il meteo: se piove non vai al mare, se non piove vai al mare. C’erano i corsi estivi col pullman e le educatrici e i bambini più grandi che ti menavano addosso, ma quello era uguale all’inverno -senza pullman. Quando sei bambino non percepisci quasi mai la fine delle cose, se mai t’accorgi quando qualcos’altro inizia: la scuola, il catechismo, gli allenamenti, i cartoni animati in TV. Lo spleen agostano arriva dopo l’adolescenza, quando smetti di studiare e non lavori più e qualcuno ti convince che in quelle due-tre settimane di follia scriteriata sta nascosto il senso di quel che hai fatto nel resto dell’anno. Non dico che non sia mai successo nulla di bello: ho avuto qualche buon party, ho collezionato cose da raccontare, una volta mi sono anche innamorato. Ma ho dovuto fare i conti con troppe delusioni, troppe aspettative, troppi rientri di merda. E anche negli anni migliori arriva il 16 agosto, che tutti hanno il fiatone e alla festa in spiaggia c’è metà della gente che c’era la sera prima. Poi quelli della polisportiva cominciano la preparazione atletica e gli altri stanno al bar a guardare le ultime puntate dei varietà merdosi che trasmetteva la Rai d’estate. La depressione da rientro è tra i peggio cliché dell’epoca dei social.

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Non ho la più pallida idea di cosa parli Sapore di sale. Davvero. La maggior parte delle teorie la vede come una canzone su Stefania Sandrelli, una versione smentita da Gino Paoli in persona -vatti a fidare delle teorie, o di Gino Paoli. Mi sembra un’interpretazione ingrata perchè sbatterti in faccia la Sandrelli in una canzone che parla della vita è come sbatterti in faccia Fellini in un racconto che parla d’estate. Dentro Sapore di sale c’è un blocco di testo, sedici righe, così perfetto che non riesci a raccontarlo in nessun altro modo che copiandolo pari pari. Qui il tempo è dei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale ti butti nell’acqua e mi lasci a guardarti e rimango da solo nella sabbia e nel sole poi torni vicino e ti lasci cadere così nella sabbia e nelle mie braccia e mentre ti bacio sapore di sale sapore di mare sapore di te. Non è tanto il contenuto, è che lo vedi come se stesse succedendo a te in quel momento e come se ci fosse la data di scadenza, la parola fine. Chi è che non si è mai innamorato di una donna coi capelli increspati dalla salsedine? Come fai a non innamorarti? Magari prima del ‘63 non succedeva. Pure Paoli se lo sarà sentito addosso, che nel testo la ripete due volte identica. Cambia solo che la seconda volta, mentre la bacia, la voce spinge tanto e si fa scura di un dramma che è impossibile capire se hai poche estati sulle spalle. Uno dei momenti più disperati di sempre nella musica italiana. A quelli che l’ascoltano, però, Sapore di sale sembra un pezzo scanzonato, e la canzone diventa il più grande successo della carriera di Gino Paoli.

Vent’anni dopo esce un film che si chiama come un verso della canzone, Sapore di mare. Qualcuno della mia generazione, e di quella che l’ha preceduta, ci ha costruito sopra tutta la cultura che ha addosso, e queste cose alla fine di tutto tocca rispettarle: ci sono le gag sull’italietta di quegli anni, c’è Jerry Calà al suo meglio, c’è il rimpianto e il muso lungo, e c’è pure una specie di lieto fine a buon mercato.

A me purtroppo non è mai piaciuto. C’è una specie di incantesimo o di maledizione alla base di tutta la faccenda. Alcune canzoni funzionano bene in qualsiasi contesto e si prestano a diecimila riletture, altre no; non ho mai ascoltato una cover di Sapore di sale che mi piacesse, non ho mai amato Sapore di mare, non mi piace nemmeno quando il suo autore, che nel frattempo è diventato l’incarnazione di tutto quello che è brutto nella musica italiana, la ripropone con un arrangiamento nuovo che non funziona mai, neanche un briciolo. La mia teoria è pura autodifesa: esiste una sola Sapore di sale. È uscita da uno studio di registrazione nel ‘63, e mi parla dell’estate nell’unico modo che penso abbia senso. Quella che era prima in classifica quando Gino Paoli prese la pistola e si sparò un colpo al cuore.

Appunti casuali su Stranger Things

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Stranger Things è una serie prodotta da Netflix: otto puntate di quaranta minuti, la storia della sparizione di un bambino in un paese della provincia americana nel bel mezzo degli anni ottanta. Esteticamente Stranger Things è la riproposizione pedissequa di un’estetica mai dimenticata, che di tanto in tanto torna a far sentir parlare di sé (Super 8 un esempio recente, ma anche certe cose nella prima stagione di Masters of Horror ad esempio). Una cosa della Amblin con main theme alla Carpenter, ambientazioni di provincia, bambini che salvano il mondo, madri coraggio e adulti che non vedono l’evidenza. Sei e mezzo/sette: una serie molto divertente, di quelle che tengono col fiato sospeso e si chiudono in maniera un po’ stronza, così se va bene mettiamo in cantiere la stagione 2. Stranger Things però è diventata un blockbuster: milioni di persone l’hanno accolta come il prodotto televisivo/cinematografico dell’anno, la cosa più bella ed esaltante dell’estate in corso. Qualcuno ha persino parlato del più riuscito connubio di sempre tra Spielberg e Stephen King, cioè -in sostanza- la soluzione ad un irrisolto vecchio di trent’anni circa, che fino a un paio di settimane fa nessuno sapeva di avere.

 

È un meccanismo che ormai si ripropone sempre più di frequente, sempre identico a se stesso. Le serie Netflix vengono messe in streaming con tutte le puntate assieme, così –potenzialmente- chiunque può essersi guardato la stagione intera di Stranger Things otto ore dopo la messa online. Moltissimi lo fanno, un po’ in modalità FOMO un po’ perché effettivamente la serie è bella tesa e scorre da dio. Il giorno successivo così arrivano i primi commenti esaltati, ed entro due giorni è un plebiscito. Poi la pluralità dei giudizi su internet fa sì che le cose si sgonfino un pochetto, e di solito si arriva a una situazione di normalità dopo tre o quattro settimane. Un lasso di tempo in cui chiunque appartenga al pubblico potenziale di Stranger Things si è adoperato per vederla: non è tanto la foga di spararsela, ma dopo tre o quattro giorni sui social network è impossibile schivare gli spoiler (io per dire ne ho beccato uno di Stephen King, superfan della serie dei fratelli Duffer). Succede tutto a caldo: la guardi insieme agli altri e ti fai trascinare dall’entusiasmo. Una cosa abbastanza simile succede anche al cinema, soprattutto per quanto riguarda i franchise -esempio clamoroso all’ultimo seguito di Guerre Stellari, per il quale nell’immediato un giudizio tiepidino poteva bastare a farti bollare come hater (ora penso siano tutti d’accordo sul fatto che sia un film medio).

Quello che mi fa strano è che la serie sia apprezzata soprattutto da gente come me, un pubblico con la mia età anagrafica e interessato alle cose che piacciono a me. Io personalmente mi sento rappresentato da quell’estetica solo in parte: ha fatto parte di me, era quello che guardavamo quando eravamo bambini (il mio primo film al cinema in assoluto è stato ET), ma poi mi ci sono distanziato. L’ha fatto il mondo intero, in una qualche misura: è uscita roba finchè aveva senso che uscisse, e poi ciao.

Una volta lessi il Castoro su Spielberg, e non so se avete presente la collana ma all’inizio raccolgono dichiarazioni significative dei registi. Nel suo caso ce n’era una in cui –lo lessi credo a metà anni novanta- parlava esaltato del futuro e della possibilità di raggiungere tutte le sale con un unico segnale televisivo, o qualcosa del genere, invece che essere costretti a usare la distribuzione classica. Il discorso di Spielberg era senz’altro generato da un genuino entusiasmo filo-tecnologico, ma per me erano anni di paranoia anticapitalista e lì per lì mi era sembrata una tirata totalitarista come poche. Se quello era il futuro era senz’altro una distopia: la possibilità di trasmettere a costo quasi-zero lo stesso contenuto ovunque, pensavo, si risolverà necessariamente nell’unificazione del contenuto e nella battaglia per il monopolio dei trasmettitori. Ad andare bene bene, saremmo andati al cinema per vedere le tipe che sculettavano su Canale 5 contro gli scioperi. Qualche anno dopo lessi una tesi abbastanza affine, scritta da Giona A. Nazzaro, che parlava di Minority Report. Era una riflessione su altre cose: in pratica, come si può giustificare la sostenibilità dei budget spielberghiani se non pianificando un’invasione militare delle sale cinematografiche? Ai tempi sembrava una riflessione un po’ paranoica, affascinante e tutto ma paranoica. Poi d’improvviso sono arrivate la crisi del cinema di commercio, i budget ipertrofici, la polarizzazione del contenuto, lo strapotere delle serie e la fine del cinema americano propriamente detto. Magari è solo roba che è successa nella mia testa. Ma ormai godersi prodotti di cinema strettamente hollywoodiano al di là appunto dei franchise (che tra l’altro nel loro impeto seriale sono stati costretti a ridursi e diventare dei pestaggi senza trama lunghi due ore e mezzo, tipo Civil War o X-Men Apocalypse) è diventata un’impresa che inizia a costare tempo e fatica. Per cui l’alternativa è guardarsi roba piccolissima che sfugge al pettine delle distribuzioni major polarizzate, magari frequentare i festival. Oppure farsi uno schermo in HD e accontentarsi delle serie -che comunque, a leggere la critica, sono pronte a sostituire il cinema da almeno dieci anni.

Un paio di settimane fa parlavo con un amico di questa cosa. Era appena morto Cimino, si parlava del fatto che non lavorava da vent’anni, lui diceva una cosa abbastanza interessante sul futuro dei film. Che il cinema di genere deve necessariamente trovare una modo di esistere futuro, legandosi soltanto agli appassionati in qualche misura, e uscendo dai luoghi fisici deputati al cinema. Questa cosa che per la musica è stata la combinazione vinile-Bandcamp non ha ancora un corrispondente cinematografico, ma è necessario e auspicabile che presto o tardi qualcuno ricomincerà a pensare il cinema in un’altra scala. Questa cosa ovviamente ha un suo senso, anche se personalmente mi spaventa un po’: ci possono essere possibilità per certi grandi nomi su cose tipo Kickstarter, ma come si fa a coltivare una nuova leva di cineasti interessanti con quei mezzi?

Incidentalmente, Stranger Things è una serie molto spielberghiana. Oppure, non incidentalmente, è la tipica serie Netflix incentrata sulla stessa tematica: esistere ed eventualmente primeggiare all’interno di un sistema coercitivo (spesso istituzionale) che si muove attivamente allo scopo di schiacciare l’individuo. Orange is the New Black, House of Cards, Jessica Jones e Marvel’s Daredevil, ma anche per certi versi Unbreakable Kimmy Schmidt e Narcos hanno a che fare con questo tema (le altre cose di Netflix non le ho guardate). Il fatto che ovviamente non lo facciano apposta, e che Netflix in quanto azienda cerchi soprattutto di definire la propria esistenza/primato all’interno di un mercato selvaggio e in mutazione –possibilmente guardando ai dividendi e incamerando un po’ di grano per l’inverno, che come tutti sanno sta arrivando– in questo momento mi sembra solo l’ennesimo richiamo alla distopia spielberghiana di cui sopra. Del resto l’analisi dei dividendi è ormai una parte integrante della critica artistica: è o non è uno dei periodi cruciali della battaglia per il monopolio dei trasmettitori? Streaming contro TV, streaming contro streaming, eccetera; le analisi di mercato sono diventate parti essenziali dello storytelling generale, la gente la guarda in una soluzione unica da sei ore, e il cerchio più o meno si chiude. A vedere le cose con un paio di giorni di distanza, è un po’ come se fossimo condannati ad esistere in una dimensione parallela invisibile ai più, in cui tutta la narrativa sembra un prodotto di fantasia e invece è pura autobiografia, uno dei canovacci narrativi più utilizzati dall’estetica anni ottanta saccheggiata da Stranger Things (esempi banali: Essi Vivono, Society). E suona emblematico che mentre la serie mette in scena il ricalco di quel cinema, i nomi di molti dei responsabili della sua creazione (Dante, Carpenter, McTiernan, la lista può tranquillamente continuare per dieci righe) siano da decenni meno spendibili di quello dell’ultimo shooter o si siano ridotti a fare il nome di lusso in qualche serie. In questo, davvero, Stranger Things genera un irrisolto più che chiuderlo, e in questo davvero fa cacare addosso dalla paura.

Mancarone Alan Vega #3: Life Ain’t Life

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Dujang Prang lo comprò Matteo una volta che eravamo assieme a far compere, forse a Bologna, forse la sera che suonavano i Mars Volta all’Estragon. Brr, i Mars Volta -sfortunatamente li sentimmo dal vivo prima dell’uscita del disco. Insomma, comprò il disco e poi mi iniziò a dire quanto era figo e brillante e tutto. Dujang Prang è una fase abbastanza chiave della carriera dell’Uomo: dopo Why Be Blue rimette i Suicide in naftalina e inizia a concentrarsi sulla propria mission, diventare una specie di dio del pop di classe Ozzy Osbourne/Michael Jackson. Nel senso soprattutto di inventarsi un formato su cui poter passare la vecchiaia senza dover faticare troppo a lavorare su testi e interpretazioni eccetera. Così Life Ain’t Life, più o meno a metà di Dujang Prang, diventa una sorta di manifesto del Vega tardivo, quello per capirci che farà capolino nell’essenziale disco con i Pan Sonic (il primo intendo, il secondo è figo ma non essenziale) e nelle comparsate con gente tipo Hell o il disco dei Suicide di inizio anni duemila. Il concetto musicale consiste nel  blaterare minchiate senza senso tipo “woooow, hey” dietro testi incomprensibili. Le tensioni minimal/rock/gruva che erano riuscite a definire la musica di Vega e dei Suicide fino al ’93, grazie probabilmente all’apporto fondamentale di Ric Ocasek (e se ne trovano ancora tracce generosissime in New Raceion) semplicemente spariscono, per venir sostituite da robe musicali inquietanti e indefinibili che sembrano realizzate in dieci minuti con qualunque cosa il produttore (cioè la moglie Liz Lamere) abbia sottomano. Techno di quarta categoria, rumore bianco, hip hop dozzinale: da qui in poi non ha più alcuna importanza, a patto di sentirlo blaterare lo stesso testo nichilista-attonito per l’eternità. è una fase della carriera in cui non se lo può permettere: più che la definitiva consacrazione sarà il suo affossamento in un cliché di terza categoria, la macchietta dell’ex-rockstar tossica che cerca disperatamente di pagare la bolletta del gas con dischi improvvisati, salvato appena appena dall’altissima spendibilità del suo genio nel giro dell’elettronica snob. Ma Dujang Prang è una forma musicale pura e geniale: riconducibile tanto ad un Burroughs quanto a certe pulsioni gibsoniane o a Incredibly Strange Music, è comunque una delle cose più allucinate uscite negli anni novanta e forse il trionfo della (non) concezione su cui Vega stava lavorando fin dal secondo disco dei Suicide. Di cui tutto sommato DP è persino una versione migliorativa. Grazie Matteo.

Bella per i Rockin 1000

 

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Oggi i Rockin 1000 suonano a Cesena, un concerto intero al Manuzzi. Se non sapete chi sono i Rockin’ 1000 cercateli su internet (io ne parlai brevemente in un articolo che scrissi su Dave Grohl) Una cosa che non viene fuori molto in pubblico, ma che qui si respira abbastanza, è che la Cesena musicale non è necessariamente entusiasta e presa bene all’idea che questa cosa succeda. Anzi, l’iniziativa Rockin’1000 è stato accolta con un certo biasimo fin da subito, e si sono creati due schieramenti abbastanza distinti -da una parte la gente coinvolta più o meno attivamente, dall’altra quelli che odiano il progetto e la realizzazione e tutto il resto.

Gli argomenti sono più o meno i soliti, e sono comprensibilissimi: c’è una città non proprio ben disposta per la musica, dove la programmazione live dei locali (penso al TAMLA) viene falciata dalle lamentele del vicinato e dalle ordinanze che seguono, una serie di posti (penso all’Officina49) che hanno fatto concerti eccezionali e ricevuto visite settimanali dalle forze dell’ordine, una continua lotta per sopravvivere e poter organizzare cose in piccolo che incontra continue resistenze dall’alto. In tutto questo arriva una specie di esercito di fanatici di Virgin Radio a fare questo megaevento sponsorizzato, e sembra tutto una merda.  Un paio di mesi fa ho guardato il video di Fabio Zaffagnini che promuoveva l’evento: ho pensato distintamente che, diocristo, questa dev’essere davvero la cosa più lontana possibile dalla mia idea di musica. Pensateci bene: mille persone autodefinite ROCKERS che eseguono CLASSICI DEL ROCK, quasi tutte canzonacce*, in uno STADIO. Non lo so, cioè, è proprio un concetto che mi piglia male.

*sì, anche Smells Like Teen Spirit. Anche Blitzkrieg Bop. Sono canzonacce e fanno schifo al cazzo, quando partono in radio ti viene il malumore -sai perchè? Perchè sono state suonate troppe volte in troppi contesti sbagliati, e perchè piacciono alle persone sbagliate, ma anche e soprattutto perchè in generale non valgono quanto si pensa che valgano e negano l’esistenza pubblica ad altre cose più valide. Forse una volta erano canzoni grandiose e hanno raccontato un’epoca come nessun’altra, ma questo non giustifica il loro ingresso così in profondità nel tessuto sociale occidentale. E sfido chiunque a sostenere che senza la ripetizione massiva di Blitzkrieg Bop nelle feste rock il mondo non sarebbe un posto migliore. Pensate bene a quanti benefici potrebbe portare il divieto assoluto di suonare Blitzkrieg Bop in qualsiasi occasione, magari coi cartelli appesi come quella scena di Fusi di Testa nel negozio di chitarre.

Poi ho pensato che in qualche modo in questo è una cosa interessante, cioè, il fatto che sia la cosa più distante possibile dalla mia idea di musica, che sia la parodia definitiva del concetto e quindi -essendo di base il rock una parodia di qualcosa, non so se di se stesso o che altro- forse la cosa più vicina all’idea pura di rock. E magari qualcosa che potrebbe perfino essere accostato a 77 Boadrum o alla performance di Rhys Chatham a Montmartre o a Justin Bieber rallentato. E voglio dire, considerato che non sono ancora una lobby della musica cesenate e/o non hanno la capacità di proibire agli altri di organizzare concerti, la principale obiezione che si può porre ai Rockin 1000 è che “quello dei Rockin’1000 non è il vero rock”. E credo che quando si inizia a fare questi ragionamenti in pubblico si sia davvero arrivati alla frutta. Poi io vabbè, non ci vado perchè appunto la mia idea di musica non combacia e questo mese ho paccato troppi concerti fighi per potermi sentire bene al concerto dei Rockin 1000. E naturalmente perchè ho qualcos’altro da fare, tipo cene in posti tranquilli col menu fissato a 23 euro bevande incluse. E quindi, alla fine di tutto, direi che il problema sono io, altro che i Rockin’1000. Che hanno semplicemente guardato lontano e tirato su i soldi che servivano, e quindi faranno il concerto, bravoni. Magari qualcuno di loro si presenti anche agli altri concerti, e per favore fate il possibile per non intasare la Secante ad altezza stadio che stasera devo fare avanti e indietro da Ravenna. 

Mancarone Alan Vega #2: Frankie Teardrop

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Quando muore un artista diciamo famoso, di quelli che hanno fatto la storia della musica, la gente posta il video della propria canzone preferita -e perlopiù è la canzone più famosa dell’artista, una cosa molto irritante del tipo, quanto ne sapevi davvero di lui se hai ascoltato una canzone? OK, per Alan Vega è stata Frankie Teardrop. Per cui, un minimo di spiegone.

Una volta ho letto questo libro di Hornby che si chiama 31 canzoni e parla, appunto, di 31 canzoni. Alcuni racconti mi piacciono e alcuni altri no. Quello che mi piace meno è quello su Frankie Teardrop: la usa come una sorta di scusa per parlare delle manie apocalittiche della critica musicale. Il ragionamento è che i critici musicali, essendo persone mediamente tranquille e passive che di lavoro si fanno mandare dei dischi a casa per posta, coltivano questa sorta di alienazione latente che li porta a farsi dosi minuscole della vita di qualche altra persona, possibilmente povera o depressa, in forma di canzoni apocalittiche. Questa cosa in qualche modo è la negazione della vita vera: apprezzare ed ascoltare compulsivamente Frankie Teardrop è possibile solo a persone relativamente al riparo dai problemi. Questa è una tesi abbastanza comune anche al di fuori della fanbase di Nick Hornby, nel senso, che le tendenze apocalittiche della musica tendano a dare una visione del mondo distorta che la maggior parte delle persone non si può permettere. In sostanza, quando iniziano a morirti dei parenti capisci che tutto sommato i Beach Boys hanno più senso degli Swans. Dall’altra parte dello spettro culturale ci sono i cultori della musica come aggressione di stampo politico, estremismo a prescindere, rappresentazione di una rivolta, quelli per cui la musica in quanto arte serve ad allargare i confini del già sentito. Sono quelli che per capirci biasimano chi si mena sotto al palco mentre suonano i Riviera in quanto portatori di cliché musicali -e quindi, per traslazione, una zavorra culturale. Sono due posizioni che contengono notevoli dosi di verità, e la loro naturale capacità di coesistere all’interno delle stesse menti crea degli irrisolti. La maggior parte dei sostenitori dell’una e dell’altra tesi pensa che la controparte sia composta da idioti che dovrebbero smettere di produrre o consumare cultura (vedi appunto Hornby o la maggior parte della critica militante odierna), e questo è dovuto alla sostanziale incapacità di pensare e realizzare un terreno comune. Come si fa?

È un conflitto ideologico che la maggior parte delle persone risolve creandosi una scala di valori personale, o in alternativa battendosene apertamente le palle e limitandosi ad ascoltare quel che si ama. A 19 anni la musica ha il dovere di dare fastidio, a 26 anni la musica ha il diritto di dare fastidio, dopo i 30 la musica ha la capacità di dare fastidio. Quando ero ragazzo ho pensato per molto tempo, sull’onda dell’ascolto compulsivo del primo disco dei Suicide e di tutta la roba che avevo letto sul gruppo, che Alan Vega e Martin Rev fossero tra virgolette più avanti rispetto al loro tempo, che siano stati perennemente incompresi, che abbiano vissuto su un altro pianeta. Basta l’evidenza empirica a negare questo assunto: ho potuto leggere cose molto complete su di loro, e ascoltare il loro primo disco, 20 anni dopo che quelle cose sono successe. Ascoltando il primo disco invece è evidente che i Suicide fossero comprensibilissimi in tempo reale, e perfettamente inseribili nel suono della loro epoca –e che di fatto siano stati compresi e inseriti. Quello che faceva la differenza, nella loro prima incarnazione, è che avevano una personalità che non aveva nessun altro, e facevano cacare sotto dalla paura. Forse è questo il motivo per cui il loro modello originario è rimasto irreplicato: pochissime eccezioni e quasi tutte fuori contesto, tipo State Trooper che già AAE aveva citato -e del resto è impossibile non citarla in questo contesto. Ed è anche il motivo per cui Frankie Teardrop è il loro manifesto, LA CANZONE dei Suicide come Closing Time è la canzone dei Semisonic, il modo migliore di spiegarli. Perché anche dopo che la musica ha sfondato ogni limite posto dai Suicide, sia in termini di violenza pura che in termini di approccio minimale, Frankie Teardrop è ancora uno dei pezzi più spaventosi di sempre, e ha ancora il potere di scagliarti nel posto buio triste e senza via d’uscita che (purtroppo) hai riconosciuto come “casa” la prima volta che l’hai ascoltato. Questa cosa non è mai cambiata. Poi come dice Hornby ognuno nella vita ha i suoi drammi e le sue difficoltà e non è più così divertente metterci assieme i primi Suicide -e i successivi sono semplicemente troppo scalcinati per poterli mettere nella storia del pop e far sì che tutti quanti stiano attenti. Ma almeno Frankie Teardrop è riuscita a diventare un terreno comune di scambio tra una parte e l’altra, e quando fai un giro da quelle parti la trovi che sta ancora lì a piantonare. Come a dire, occhio.

Mancarone Alan Vega #1: Dream Baby Dream

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Una volta, una soltanto, ho fatto una cosa da film, ero innamorato ed era successo qualcosa di bello, e così ho messo un disco e ho chiesto alla mia fidanzata che poi oggi è mia moglie di ballare con me, e abbiamo ballato in salotto tipo valzer, ma male, e la canzone era Dream Baby Dream dei Suicide, fatta proprio dai Suicide e non da Springsteen. Alan Vega dei Suicide è morto l’altra notte nel sonno, me lo hanno detto nel momento più incongruo possibile, mentre cioè ero ai Parioli davanti alla palestra di Madonna con un caldo assurdo – non è bello questo fatto che gli appassionati di musica si avvertono tra loro se muore Alan Vega -, e se fossi uno scribacchino di quelli che scrivono sui blog rifletterei adesso sulle tante incongruità congrue della musica e della vita di Alan Vega e della sua band (cioè il solo Martin Rev), per esempio essere stati il miglior gruppo punk di sempre senza essere punk, di avere affinità con gente tanto diversa quanto ad esempio Cecil Taylor o Madonna, di aver suonato rockabilly selvaggio senza neanche l’ombra di una chitarra e boh altre cose tipo chiamarsi i Suicidio e parlare in realtà del profondo splendore dell’esistenza. Ma così non è, queste cose non le ho dette, e anche se le avessi dette non conterebbero perché sono uno di quelli che scrivono sui blog (bè, su un blog solo) e nella mia band non c’è nemmeno il solo Martin Rev e in ogni caso Alan Vega è morto l’altra notte, nel sonno, aveva 78 anni e perciò, quando quindici anni fa più o meno l’ho visto suonare al Classico ne aveva già più di sessanta, eppure indossava una tuta argentata tipo Bradley Cooper che fa footing in quel film in cui interpreta un pazzo. Pochissimi non sanno che il suo miglior album è un album non scritto né interpretato da lui, per la precisione Nebraska di Bruce Springsteen che è anche il miglior album di Springsteen.  Ma Alan Vega è morto l’altra notte, oh, è morto Alan Vega, davvero, i Suicide non ci sono più, e una volta, una volta soltanto, ho ballato davvero nel salotto, come fosse un film, l’ho fatto perché ero innamorato, e anche se Alan Vega è morto e i Suicide non ci sono più io lo sono ancora, e perciò è come se continuassi a ballare, e la canzone è sempre Dream Baby Dream dei Suicide.

100 canzoni italiane: STARE AL MONDO

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(Roberta)

 

 

Ho visto morire l’hip hop italiano davanti ai miei occhi. Lateralmente, da spettatore, poco importa: quando si testimonia la fine di qualcosa il ruolo rivestito (se si è rivestito un ruolo, e non è questo il caso) è questione di sfumature. Quel che c’era ha smesso di esserci, questo è quanto. Nulla che potessi fare a riguardo: a un certo punto, semplicemente, i dischi belli hanno smesso di uscire. Chi aveva qualcosa da dire e gli strumenti per dirlo ha appeso il microfono al chiodo o cambiato direzione verso qualche altra onda; il posto vacante non è stato occupato da qualcun altro (è ancora così). Tutto il resto è venuto di conseguenza, ricadute incluse (le chiamo così quando in percentuale più o meno ridotta hanno influenzato pure il corso della mia vita): niente più programmi in radio, megaeventi da trasferta e dormire in treno al ritorno il mattino dopo, niente più Zona Dopa dietro casa, niente più vagoni sottopassaggi muri capannoni colorati nottetempo con murales da implosione immediata di tutte quante le sinapsi contemporaneamente – gli antenati della street art a robe metaforiche che sensibilizzano preferivano gigantesche scritte incomprensibili tra cyberpunk e un qualche nuovo alfabeto alieno, lavoravano sodo, ovunque, niente menate con le istituzioni: due mondi separati, non interagivano e basta. A ripensarci non ho bisogno di considerarmi un privilegiato: so di esserlo. Da spettatore ho preso e trattenuto in hard drive solo il meglio; le stronzate mi scivolavano addosso o manco le calcolavo – non ricordo di avere visto direttamente o conosciuto di persona un solo personaggio discutibile tentare di uccidere il funk – sapevo da cosa, da chi tenermi debitamente alla larga, quali fogli non sfiorare nemmeno con un bastone lungo trenta metri eccetera; questo io chiamo censura preventiva, e ha funzionato alla grande. Il lato negativo nell’essere stati abituati fin troppo bene si manifesta quando qualcosa che faceva parte del panorama, che il panorama lo determinava, scompare di punto in bianco. I segnali magari c’erano ma eri troppo infatuato per accorgertene. Quando poi arriva, la sassata della perdita fa male dieci volte tanto. E ha fatto male. Tutto quel che fino a un momento prima era standard, routine (ma ad averne, di routine così), una serie di belle certezze e dati assodati, di colpo è diventato niente. Deve essere la versione redux di quel che succede quando si smette di esistere (non credo in una vita – o altre vite – dopo la morte); musicalmente una morte in ogni caso.

Il 1999 è l’ultimo anno di vita dell’hip hop italiano. Scienza Doppia H, L’Attesa, O Tutto O Niente, Novecinquanta gli ultimi fuochi, Merda&Melma il tabula rasa, Chicopisco il period the end. Neffa l’ha deciso come ai tempi Soul Boy e Speaker Dee’Mo hanno deciso che quello sarebbe stato l’inizio. Il senso è lo stesso, l’ineluttabilità è la stessa: va così perché è così che deve andare. Stesso discorso nell’altro verso: il treno è passato, c’è chi è rimasto fermo alla stazione, un gioco a cui non tutti scelgono di appartenere; di solito, chi intraprende il percorso opposto sono le teste capaci di fare la differenza. Quel che inizia finisce, per cui ecco cosa.

Dopo avere temporeggiato per qualche frista di troppo, mantenendo le posizioni fino a quando era il caso, Neffa si è alla fine reso conto che col ‘già sai che non ve n’è‘ ripetuto all’infinito si va poco lontano, anche se quel dire sei stato tu a inventarlo; il resto verrà di conseguenza. Poco dopo una leggendaria jam corale da padroni di casa all’MTV Day che vista a posteriori è l’equivalente della danza finale nel Settimo Sigillo, la ballotta dei guaglioni si sfalda. I due lasciti più radicali: dopo Merda&Melma e successiva coda di live che è stata davvero l’ultima occasione (non sarò mai abbastanza grato a me stesso per avere alzato il culo dal divano in due occasioni – Bologna e Modena – per assistere al miracolo) Deda, il migliore MC italiano di sempre, appende il microfono al chiodo senza ripensamenti; Neffa pubblica Chicopisco e bella lì. L’ultimo sguardo prima di scrivere la parola fine, scegliere di scriverla un attimo prima che l’intero ingranaggio collassi e imploda, one last midnight come diceva Rust, poi azzerare il contatore e passare ad altro (che il suo “altro” non abbia mai corrisposto al mio, altro discorso). Senza sospesi, senza rimpianti. La certezza di avere fatto quel che s’aveva da fare nei modi e nei tempi in cui andava fatto, ora basta. Buon proseguimento a chi rimane, ci sono state delle gioie ma questo è l’epilogo. Questa, “la fine” lo è per davvero (non come ha detto e dice Kaos, che assiste a questo funerale dall’86 però intanto è sempre lì).

Tutto quel che seguirà, che ancora segue, qualcos’altro. Come Verso il sole è l’ultimo film americano: non che da lì abbia smesso di esistere il cinema ma per chi ha visto c’è stato un prima e un dopo, le cose sono cambiate irreversibilmente, fare finta che no senza mentire a sé stessi diventa impossibile. Una questione di piani: livelli diversi, mai più ripetuti, il cui ricordo basta ad annichilire tutto il resto, a rendere tutto il resto, l’intera faccenda, un altro campionato, spesso un altro sport. Non ero nato quando uscirono Paranoid, o White Light/White Heat, o Closer; per Rapadopa o Verba Manent o sXm invece c’ero e ricordo tutto. Il ricordo, il più delle volte, mi basta e avanza ancora oggi.

La gestione del dopo, un affare individuale che ognuno svolta come può: si passa ad altro se subentra la voglia di passare ad altro, ma non sarà mai la stessa cosa. Comunque quel vuoto che può essere foro o voragine a seconda del carico emotivo investito finché è durata non lo riempi, non lo puoi riempire; rimarrà sempre lì, immobile al suo posto. Per me è così che ha sempre funzionato, in ogni ambito, in entrambi i sensi, positivo o negativo: porto nel cuore o dentro la testa chiunque abbia conosciuto, qualsiasi cosa abbia visto; quando viene a mancare, è qualcosa che manca che non può venire sostituito. Quando la somma di quel che manca oltrepassa di diverse lunghezze la somma di quel che è rimasto è il momento delle domande serie. Certi calcoli sarebbe meglio non iniziarli mai comunque.

Quando è uscito Chicopisco la vita aveva appena cominciato a investirmi; per qualche tempo ancora ho potuto prenderlo come un piacevole sottofondo, più piacevole di altri ma comunque sempre un sottofondo alla vita che scorre, come qualsiasi altro disco avessi ascoltato. Erano le ultime ore d’aria e non lo sapevo. Quel che c’era stato fino a lì una sorta di prova generale, scaldare i muscoli prima della gara seria, un lungo rettilineo a precedere una serie di salite che fanculo il tour de france; salite che ancora non potevo vedere del tutto. Ben presto, il più delle volte, buio con o senza alberi (è lo stesso). Il segnale che adesso basta cazzate era già arrivato, rendersene conto avrebbe richiesto il suo, come prendere una legnata in piena faccia talmente potente da non riuscire a razionalizzare subito l’impatto. Il biglietto d’ingresso al festival orrendo urlante della vita vera, che non è ancora finita. Tengo sempre a portata Chicopisco per una sola ragione: dentro c’è Stare al mondo.

Della musica faccio un uso strumentale, per così dire: quando mi sento triste, è qualcosa di triste che voglio ascoltare; quando mi sento allegro qualcosa di allegro, e così via. Torno a Stare al mondo (il pezzo) ogni volta che stare al mondo (l’azione) eleva il grado di difficoltà ben oltre il livello mostro finale. Ne ho anche altri di talismani ma questo è speciale perché asseconda la corrente, mi mette quieto, comunque vada in pace con lo scorrere delle stagioni. Mi aiuta a mantenere l’unità di me stesso. È talmente universale che chiunque potrebbe dirne la stessa cosa, ne sono convinto. Ho imparato sulla pelle a più riprese il significato letterale di ogni singola frase, pure di questo sono convinto chiunque potrebbe dire lo stesso; cambia il grado di intensità, sempre lì stiamo. Comunque si tratta di restare in piedi, vincerne alcune, perderne altre. In questo, siamo uniti.